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Mi sono cresciute le tette di colpo

Twin Peaks

 

“Tette? Ma che è? Na roba che se magna?” Ecco, lo possiamo riassumere così il mio rapporto con queste due protuberanze che qualche anno fa hanno deciso di comparire sul mio petto, così, senza preavviso, senza nemmeno una lettera tipo quelle di Equitalia: “hey Denai, preparati che stiamo arrivando, all’inizio ti stravolgeremo la vita, ma poi ti regaleremo un sacco di soddisfazioni e diventeremo grandi amiche”.

Inquiline inaspettate che non mi hanno mai nemmeno pagato l’affitto, le mie tette si chiamano Thelma e Louise, nome piuttosto scontato lo so, molte donne hanno dato loro lo stesso nome, ma era un periodo buio in cui io stessa ero piuttosto scontata, con quell’aria da radical chic che però vuole darsi un tono da proletariato, tra Woody Allen, cellulari senza fotocamera e capelli rossi finti.

Fino al giorno prima ero una di quelle che le persone poco educate chiamano “tavola da surf”, quelle persone alle quali una tavola da surf gliela vorresti spaccare in faccia. Non ci ha capito un cazzo Jo Squillo, la canzone doveva dire “siamo donne, oltre alle tette c’è di più”. Ma non sono stati tanto gli anni della post adolescenza a fare male, tanto quanto quelli dell’adolescenza stessa.

 

Chiedevo al cielo se fosse possibile che io dovessi essere sempre quella diversa. La risposta è, ancora oggi, sì.

 

Era colpa del nuoto prima e del triathlon poi, le atlete non hanno mica le tettone e io, che la vita me la devo sempre complicare, ero specializzata nello stile farfalla, quello in cui le braccia e le spalle lottano contro il muro di acqua così potentemente che se vi mollavo una pizza in faccia vi facevo fare il giro del mondo in 80 secondi, altro che giorni.

Avevo circa quattro anni e un giorno mi hanno buttata in piscina senza braccioli né ciambella, scoprendo così che sapevo nuotare. Io non me lo ricordo. Ho continuato a nuotare per anni fino a quando hanno deciso che quella bambina sempre col broncio doveva passare nella corsia degli agonisti, perché quella bambina sempre col broncio finiva gli esercizi prima degli altri e stava cinque minuti attaccata al bordo a fissare il vuoto. Ho chiuso nel cassetto tutti i brevetti con i nomi dei pesci – pesce rosso, piranha, squaletto, tonno in scatola, baccalà sotto sale – e di cassetto ne ho aperto un altro in cui ho iniziato a mettere tutte le medaglie.

Nuotare da bambini ti fa crescere sana e forte, ma anche con un fisico molto poco femminile. Alta già come sono ora dalle elementari, con un collo lungo da modella di Modigliani, le spalle larghe, le mani e i piedi grandi, le gambe e le braccia lunghe. “Insetto stecco” era l’anagramma del mio nome. I capelli rigorosamente a spazzola perché non avevo nemmeno il tempo di asciugarmeli, il farmacista sotto casa che mi chiamava “ragazzo”, il mio ragazzo che non mi dava i baci con la lingua. Io imputavo tutto ai miei pettorali da nuotatore maschio, al mio fisico troppo simile a quello di Rosolino.

Quel fidanzato che mi dava solo i baci a stampo forse ancora non lo sapeva come dovevano essere fatte le donne, ma quello dopo aveva l’età giusta per saperlo, eppure continuava a stare con me, forse perché era un atleta anche lui, forse perché abitavamo a chilometri di distanza e magari nella sua città aveva una ragazza con la quarta, questo non lo saprò mai. So però che provava sempre a mettermi le mani sul seno e ogni volta rimaneva insoddisfatto, me le ricordo perché le mani erano fredde e il massimo che potevano fare era strizzarmi il capezzolo. Subito sotto, le ossa. Se si toccava il suo, di petto, godeva sicuramente di più. Dopo la nostra storia ho iniziato a mettere i toppini perché pensavo che almeno così il mio futuro fidanzato avrebbe avuto qualcosa in più da ravanare, così i miei migliori amici sono diventati questi toppini informi di microfibra della Pompea che in quanto a inchiavabilità sono ai livelli delle Crocs.

Tutte le mie amiche non sportive sviluppavano, le mie compagne di scuola erano già donne, io ero lì che ogni sera mi guardavo allo specchio e pensavo, chissà cosa si prova a tenere in mano un seno, chissà che consistenza ha, chissà che bello mettere una maglia con delle scritte e vederle deformarsi.

Davo retta a tutti i detti popolari: la birra fa crescere le tette, e allora giù di birra, ma l’unica cosa che cresceva a dismisura era la pancia, e poi non dormire a pancia sotto perché si schiacciano, e indovinate un po’ qual è la mia posizione preferita per dormire.

 

Ho fatto tanti gravi errori nella vita, uno dei più grandi è stato decidere di cambiare vita a 15 anni, l’età in cui il corpo delle donne si trasforma completamente, si sviluppa, si diventa donne per davvero. Mangiavo come mangiavo prima ma non bruciavo più le stesse calorie, quindi ho preso un chilo, poi due, poi cinque e poi dieci. Ho abbandonato quella vita di costumi interi e scarpe da corsa e sogni di gloria per poter mangiare le patatine fritte e avere il tempo di andare a vedere un film al cinema, di uscire con un ragazzo, avere anche solo il tempo di pensarci, a un ragazzo.

I vestiti non mi entravano più, le mestruazioni erano finalmente arrivate, guardavo i porno, mi innamoravo, mi tingevo i capelli e mi mettevo lo smalto, mi depilavo, ma niente, una prima scarsa, due albicocche neanche troppo mature incartapecorite. Se le tette sono grasso, perché io ingrasso ovunque ma non sul petto? Perché nella mia famiglia sono tutte delle potenziali allattatrici professioniste e io sono uguale a mio cugino? A un certo punto la mia paranoia era diventata così profonda che pensavo che le tette mi stessero crescendo al contrario, verso l’interno del mio corpo piuttosto che verso l’esterno.

Avevo perso le speranze, mi ero arresa a una vita di piattume, cercavo di crearmi una cultura personale diversa da quella che le mie amiche si creavano sui banchi di scuola perché così avrei potuto distogliere l’attenzione dei ragazzi dai miei noccioli di pesca, almeno finché non fossi stata nuda, lì avrebbero scoperto il trucco e non ci sarebbe stata alcuna Nora Ephron alla quale appellarsi.

E proprio come sempre nella mia vita, quando avevo finalmente raggiunto lo status di fiera ambasciatrice di tette piccole, ché non servono a niente e ho un sacco ma proprio un sacco di altre qualità, la scoperta: una mattina, a vent’anni, ero diventata una tettona. Avevo una terza abbondante e non capivo il perché. Di nuovo ricominciare da capo, come quando ti bocciano e l’anno dopo devi studiare le stesse cose ma in maniera diversa. (Non mi hanno mai bocciata quindi non lo so, ma l’impressione mi sembra quella). Mi sono guardata le mani e le ho poggiate delicatamente sul mio petto nuovo di zecca, ho stretto un pochino e ho capito perché agli uomini piacciono. Cosa era successo durante la notte? Cosa dovevo farci adesso io con questi cocomeri? Che taglia portavo? Dove le dovevo mettere? Le potevo lasciare sul comodino mentre io andavo all’università? Ed eccomi lì, catapultata con uno schifoso ritardo in un mondo di reggiseni, coppe C, balconcini – che diavolo sono i balconcini? Si chiamano così perché adesso ho un davanzale? Ci posso piantare dei gerani? – e un padre il reggiseno non lo porta quindi come te lo spiega? Per mio padre credo sia sempre stata una grande benedizione avere una figlia maschiaccio.

Ci ho messo anni per capire come mostrarle e come nasconderle, come usarle per conquistare e come usarle per non farsi fare le multe sul bus. Ci ho messo anche anni per capire che se metto le camicie aderenti poi mi zompa il bottone che le tiene nascoste proprio nei momenti meno opportuni, e che quando me le guardano provo un senso di onnipotenza mista a figaggine che non avevo mai provato prima in vita mia. Ho imparato che servono a tanto e non servono a niente, che durante il ciclo se per sbaglio mi metto il push up poi faccio fatica a masticare, e ho capito finalmente la mia taglia. Peccato che adesso io viva in Inghilterra, e qui le taglie siano diverse. Forza Thelma&Louise, abbiamo una nuova sfida da affrontare.

Le hanno chiamate zinne, tette, bocce, pocce, seni, c’è chi le ha rincorse per mesi e mesi e poi alla fine le ha conquistate, perché non è un caso che una di loro sia la protettrice del cuore, e secondo me se le sogna ancora di notte. Me le hanno baciate, sfiorate, fissate, strizzate, leccate, schiacciate, pure succhiate, e loro sono ancora qui, a ricordarmi che basta davvero poco per fregare un maschio.

Perché le tette sono una responsabilità, così mi hanno detto. Come se avere una vagina in mezzo alle gambe non fosse un’esperienza già abbastanza dura da affrontare giornalmente.

 

 

 

Denise D’Angelilli ha 24 anni, è nata a Roma, ha vissuto a Milano e oggi vive a Londra. Scrive sul sito di musica Outune, lavora a Poliradio. Potete leggere i suoi blog, dueditanelcuore   e sfascion blogger, oppure potete seguirla su Twitter.