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Blu

Photo credit: Luigi Ghirri

 

Le pareti della camera da letto dei miei genitori nella nostra prima casa erano blu. Blu, come sarebbe blu questa vasca piena d’acqua, la piscina in cui vengo a morire due-tre volte a settimana, se ci venissi di notte.
Il corpo muore, il rumore muore. Il bruciore. E rimango soltanto un fiato.

 

Quando raggiunsi l’età in cui puoi essere lasciata a casa da sola senza essere per forza parcheggiata dai nonni, i pomeriggi d’estate erano l’ideale per esplorare ogni stanza della casa, grazie alla luce che la inondava e che spazzava via gli spettri che pensavo mi aspettassero dietro ogni porta, sotto ogni letto. Così ci entravo, in silenzio. Un po’ come quando entravo in chiesa che mi avevano insegnato che bisognava stare zitti e guardare insù. Di guardare insù in realtà non me l’aveva detto nessuno, ma lo facevano tutti, per cui guardavo insù pure io. Mi veniva incontro lo stesso freddo, i peli delle cosce mi si drizzavano messi sull’attenti da un brivido che veniva dal pavimento di marmo striato di rosa, attraverso i miei piedi nudi, due ostie striate di blu.

 

Solo fiato. Ci sono due cose che mi ricordano che sono solo fiato. Nuotare e scopare. E un po’ quella camera da letto blu, quando ancora non immaginavo che a respirare te lo potessero insegnare e che fosse una cosa che puoi dimenticare così facilmente, che un giorno ti verrà da piangere pensandoci.

Respira. Entra. Di fronte a te la porta finestra e le persiane accostate, di fianco la sedia a dondolo. È tutto ok. Ruota la testa a destra. Respira. Hai sentito un rumore, è normale. Mamma dice che il legno dei mobili scricchiola a volte. A destra c’è il cassettone con dentro i suoi gioielli, che al lavoro non se li mette perché si rovinano con gli acidi; l’orologio a cipolla del papà, che addosso non gliel’hai mai visto, e che ogni volta pensi sia quello del nonno, come se al mondo potesse esistere un solo orologio a cipolla ed è a tuo nonno che appartiene; la spilletta rossa dentro una scatolina, quella con scritto sopra PCI.

– PCI vuol dire che tuo papà è comunista, me l’ha detto mio papà. Co-mu-ni-sta! Co-mu-ni-sta!

Eh. E quindi? C’è da ridere?

A destra, nessuno spettro dietro la porta. Che non è che ti sei girata a guardarci, ma se ci fosse stato ti avrebbe già presa.

Sei arrivata al centro della stanza, e le tende della finestra semichiusa ti soffiano addosso. Adesso ruota la testa a sinistra, così, come hai fatto prima dall’altra parte. Respira. A sinistra c’è il letto, che è dorato. Guarda per terra, ci sarà qualcosa sotto il letto? Stupida che sei stata ad entrare senza scarpe. Ora, se c’è un serpente ti ficcherà i denti nelle caviglie, come ti hanno spiegato in montagna, quel giorno in cui una vipera ti ha attraversato il sentiero senza degnarti di uno sguardo, che si vede andava di fretta. Tua madre ha urlato e la guida ha iniziato un sermone che non finiva più. Esci subito da questo guaio e salta sul letto, le vipere non vanno all’insù che le gambe del letto sono scivolose, poi tanto prima di uscire lisci per bene le lenzuola e nessuno si accorgerà di niente.

Così aprivo le braccia come un piccolo Cristo in croce occhialuto, appoggiavo prima una guancia e poi l’altra a quel cotone bianco che per pochi secondi riusciva ad essere la cosa più fresca che avessi mai sentito e stavo lì, abbronzata e sporca – che a volte la differenza tra le due cose era davvero difficile da percepire – a guardare insù, verso la madonna che pendeva sopra il letto, morto a galla in un mare di latte.

Respira sempre, con costanza e regolarità. Non respirare sempre e solo da una parte perché è più comodo. Non prendere troppa aria e non prenderne troppo poca. Non badare ai rumori che il tuo orecchio sente quando giri la testa di lato, non esistono, loro sono fuori, tu sei dentro.

Sul comodino di mio padre c’era un libro di cui leggevo ogni volta il titolo, meccanicamente, senza mai aprirlo, senza capire che cosa diavolo stessi dicendo, ma sillabando e respirando dove ci andava la pausa, come la maestra Antonia ci insegnava a scuola. “Da Gramsci a Berlinguer” c’era scritto. Quella successione di lettere “msc” mi dava un po’ da fare ogni volta, in effetti. Quella “er” finale invece mi faceva risuonare subito dentro le orecchie la erre di mio padre, tipica delle nostre zone.

Quel libro rosso c’è rimasto per un bel po’, e sopra c’era una foto in bianco e nero di Gramsci, che guardava la Madonna sopra il letto anche lui. Non credo che mio padre avesse molto tempo per leggere, forse faceva anche un po’ fatica.

– Ber – lin – guer – . E lo vedevo seduto al bar nei suoi pantaloni da lavoro, parlare con quella sua voce che gli scappava fuori sempre troppo alta, senza volerlo, che non c’era niente da fare, che se soffi bene dentro un trombone esce quella roba lì, cosa ti aspetti? Escono le mani e le gambe che si muovono tutte insieme, escono gli occhi lucidi e i bicchieri di lambrusco. Se vuoi parlare sottovoce allora vai in chiesa e non rompere i coglioni.

Mio padre al bar ci andava spesso. Così, anche mio nonno. In settimana dopo il lavoro e coi pantaloni blu della fabbrica, prima di rientrare per cena; nei giorni di festa, col cappotto e il Borsalino.

Al bar giocavano a carte, a briscola per lo più, e chiacchieravano. Capitava che da bambina io passassi insieme alla mamma per dirgli ciao. Un giro intorno al tavolo e un paio di timidi sorrisi a questo e a quello che mi chiamavano per nome, ma che non avevo idea di chi fossero, poi via di volata che lì dentro era pieno di fumo e non era certo il posto adatto per una bambina.

Li sentivo parlare di politica. Mio padre ha sempre parlato e sempre parlerà di politica. Le sue chiacchiere da bar non erano quelle che fanno oggi, ovunque tranne che al bar, erano i discorsi belli, magari mezzi in dialetto e mezzi urlati da un lato all’altro della piazza, che, sì, vorresti stare lì a parlare ancora, ma devi andare che è quasi buio e tua moglie avrà già apparecchiato la tavola. Allora vai a casa e li finisci davanti al Tg3.

Respira.

Quando lui ti guardava male perché volevi girare canale sui cartoni animati, magari mentre Occhetto parlava, non respiravi mica tanto bene. Quando poi si è dimesso ed eravate in vacanza sul Gargano, e invece di andare alla spiaggia eravate a casa, tu seduta per terra, lui con gli occhi lucidi davanti alla televisione e tua madre lì di fianco, respiravi, là.

Quando la domenica lui indossava i pantaloni buoni, il cappotto e il Borsalino e la gente che lo incontrava diceva – buongiorno, segretario –  e lui sorrideva, che a volte te lo dimenticavi che avesse anche i denti, respiravi?

Quando ha alzato gli occhi serio, seduto là in fondo al tavolo della sala da pranzo e ti ha chiesto se potevi aiutarlo a scrivere la sua lettera di dimissioni, tu facevi le medie e già non ci andavi d’accordo che Dio santo tiravi i pugni al suo cuscino su quel letto sotto la madonna, lì hai respirato bene?

Respira ancora e non fermarti fino a quando senti che proprio non ne hai più. E, tra queste quattro pareti d’acqua, continua a fare avanti e indietro, così come le parole belle facevano la spola tra il cervello e il culo, finché non imparavi a digerirle.
Fuori da qui ci sono le urla insensate di quelli che non stanno bene con il cappello in testa nei giorni di festa, che non avevano un libro di Berlinguer sul comodino, ma tu rimani qui e perditi nel blu, che è il blu dei padri nostri che stanno in terra.

 

 

Stefania Iemmi è nata e cresciuta con i piedi ben piantati in Emilia e si è allungata fino ad arrivare sotto la Madonnina. La potete trovate su twitter e su tumblr. In carne ed ossa è quella con il collo lunghissimo e un occhio pigro.