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Il beneficio del dubbio

Little Women, Marvin Leroy (1949)

La prima storia vera del 2017 ci porta indietro nel tempo: nell’infanzia di Francesca, tra Piccole Donne, Santa Lucia, Babbo Natale e Padre Pio.

Sono cresciuta in una famiglia con poche tradizioni e proprio per questo mi sono affidata alle più assurde credenze, ho eseguito con cura e devozione rituali magici e ho negato l’evidenza delle situazioni fino a sfiorare la dottrina oscurantista. Sarei potuta essere una bambina illuminata, libertaria, invece ho scelto di essere metodica e nostalgica. Con l’inizio delle festività natalizie le mie abitudini diventavano veri e propri cerimoniali da rispettare in ogni loro dettaglio.

Per tutta l’infanzia la sera prima dell’arrivo di Santa Lucia ho scritto una lettera a questa donna cieca, vecchia, amica di un asino, guardando Piccole donne. Ero innamorata della versione del ’49 girata da Mervyn LeRoy e solo durante gli anni dell’università ho ceduto a vedere quella ben più famosa diretta da Gilliam Armstrong. Con la maggiore età non ho cambiato gusti; ancora oggi non riesco a capire come si faccia a preferire la Jo caruccia e con gli occhi da cerbiatto interpretata da Winona Ryder a quella intrepida e autentica impersonata da June Allyson.

Così come la lettera e il film, anche la fine della giornata era simile ogni anno: mentre disponevo fuori dalla porta acqua e farina gialla per l’asino di Lucia, in sottofondo la voce di mio padre mi ricordava che tanto non esiste niente e nessuno. Tale motto non rivelava alcuna novità, perché il nichilismo l’avevo incontrato quando ancora mio padre non elargiva così liberamente lezioni di vita. Era la vigilia di Natale e io avevo cinque anni. Aprendo l’armadio dell’antibagno alla ricerca della carta igienica decorata con piccoli abeti, avevo trovato un Cicciobello in una scatola di plastica intonsa. Era la seconda volta che esprimevo il desiderio di riceverlo come regalo e ora eccolo là davanti a me, il Cicciobello. Non è stato necessario attendere la mattina seguente e trovarsi quella bambola sotto l’albero per capire che Babbo Natale era in realtà Mamma Natale, ma, come è mia abitudine fare, ho optato per la rimozione di quello che avevo scoperto.

Ho pochissimi ricordi del mio primo anno di scuola elementare, è però indelebile nella memoria la vigilia di Natale del 1994. I vicini di casa si erano accordati per fare una sorpresa ai bambini del quartiere; un povero volontario travestito da Babbo Natale passava di famiglia in famiglia per consegnare ai più piccoli i regali. Alle otto di sera Ruggero aveva suonato al nostro campanello. Convinta di sentire la voce di zia Clelia invitata per la cena, avevo chiesto distrattamente chi fosse, ma la risposta era stata “Babbo Natale”. Ricordo che avevo sentito improvvisamente un gran caldo, le guance si erano infiammate, avevo iniziato a sudare per l’emozione, eppure la prima cosa a cui avevo pensato era stata “tanto non esiste”. Pur sapendo di avere a che fare con un civile, avevo accolto Ruggero con uno spirito natalizio che non ho più provato in vita mia. Prima ancora di vedere il mio regalo uscire dal sacco, avevo offerto a Ruggero la cosa che all’epoca mi era più cara: il succo di frutta alla pera. Fino ai sette anni, infatti, ho bevuto in media quattro succhi alla pera al giorno. Non riuscivo a prendere sonno se non avevo il cartoncino di succo sul comodino e adoravo svegliarmi in piena notte per bere quella stessa polpa di frutta che mi ha portato ad avere dei valori di glicemia dannatamente alti per una bambina e un numero di carie spropositato. Alla mia offerta era seguita la proposta di mio padre di un bicchiere di vino rosso. Inutile dire che Ruggero aveva preferito il vino; Babbo Natale non solo non esisteva, ma era pure vizioso.

Dopo Santa Lucia e Babbo Natale si era frantumato il mito del topo dei denti, della Befana e di Dio. Dio è stato l’ultimo appiglio a cui ho deciso di rinunciare. Pur vivendo in uno scetticismo assoluto, non avevo il coraggio di abbandonare l’idea della sua presenza per timore di una ritorsione o meglio per paura di non godere di miracoli. Di fronte ai drammi esistenziali, mio padre sapeva dire solo “Questa è la vita. Ora bisogna reagire e affrontarla”, ma a me tale spiegazione non ha mai soddisfatto. Così fino ai ventidue anni ho pregato ogni sera. Rispettavo la prassi cattolica del segno della croce, della promessa di fioretti in cambio di un desiderio esaudito e della recita silenziosa delle preghiere. Se passo l’esame di latino, non mangio cioccolata per le prossime tre settimane; se a Giovanna va bene il colloquio, telefono alla nonna ogni sera per i due mesi a venire; se la mamma guarisce, faccio ciò che vuoi. Mia mamma è morta la mattina del 14 novembre 2010, quella sera non ho pregato.

Da quel giorno sono oramai passati sei anni, tempo durante il quale non sono riuscita ad abituarmi all’idea che è il caso che determina la maggior parte degli avvenimenti. Ho provato ad affidarmi a strane superstizioni, cercando la combinazione di anelli più fortunata, indossando per tutte le occasioni importanti gli stessi calzini e consegnando a una nocciolina che mi era stata regalata da un ex ragazzo il ruolo di porta fortuna. Mi considero una disfattista aperta, talmente aperta che recentemente mi sono fatta convincere dalla fruttivendola sotto casa che la legge dell’attrazione gode di solide basi scientifiche. Non ho un lavoro, ma devo immaginarmi donna in carriera così da raggiungere il successo; non sono fidanzata, ma posso fantasticare su una serena e appagante vita di coppia, così, forse, qualche sguardo maschile lo attiro anch’io; non so quale sia il mio posto in questo mondo, ma devo immaginarmi tra la schiera dei vincenti in modo da apparire soddisfatta e determinata. Per capire meglio di cosa si trattasse, Santina mi ha invitato a chiederle l’amicizia su Facebook: dovevo guardare l’ultimo filmato che aveva postato, mi sarebbe stato sicuramente d’aiuto. Su Facebook, ora, io e Santina siamo amiche, ma il video non l’ho ancora guardato, dura un’ora e venti. In compenso ho scoperto che Santina è devota di Padre Pio. Deve esserle stato d’aiuto molto spesso, perché la sua bacheca è disseminata di “Se Padre Pio ti ha aiutato almeno una volta scrivi amen e condividi”, “Condividi la benedizione santa di Padre Pio, lui aiuterà te e le persone che ami”.

Invidio Santina, il suo negozio di frutta e verdura, la sua fede e le sue convinzioni. Fa un lavoro che non mi interessa, le sue credenze sono per me fantascienza, ma è serena, soddisfatta. Santina sembra farcela da sola, io, invece, avrei bisogno di una terapia, ma una disoccupata in analisi non si è mai sentita. Santina ha Dio, Padre Pio, Maria Teresa di Calcutta, la legge dell’attrazione; io i consigli di mio padre. Così, quando vengo presa dallo sconforto, cerco di ricordarmi che la vita è fatta di fasi e anche se il 2016 è stato un anno difficile, il 2015 non ne parliamo e nel 2014 ho sofferto di una lieve forma di depressione, penso che forse il 2017 sarà fenomenale. E se anche questo non mi aiuta, faccio tornare alla memoria il professore di filosofia del liceo, che, avvicinandosi solennemente al mio banco fino a poggiare le mani sulle mie spalle, mi disse: “Ah, l’orgoglio delle minoranze!”. Da allora adoro le minoranze, i falliti e i fallimenti, le cause perse e i casi umani, le decisioni prese dopo mesi di struggenti riflessioni e le azioni azzardate; ora non mi resta che adorare anche me stessa.

 


Francesca Faccini è nata a Trento nel 1988, ha studiato Lettere moderne a Bologna. Terminata l’università, ha iniziato un breve periodo di peregrinazioni e, dopo le colline marchigiane e Berlino, è approdata a Roma per frequentare il corso di tecniche redazionali organizzato da Oblique Studio. È ancora alla ricerca di un luogo dove fermarsi, ma vorrebbe continuare a lavorare nell’editoria, motivo per cui è nuovamente in partenza per una nuova esperienza a Berlino. Per lavoro e per attitudine ha sempre preferito ricoprire il ruolo di lettrice e di valutatrice di testi, ma questa volta ha deciso di mischiare le carte e provare a mettersi in gioco. Questo racconto è la sua prima prova di scrittura.