Crea sito

Benvenuti a Barbaria

Photo Credit: stumayhew via Compfight cc

 

C’è qualcosa di peggio di incontrare sulla vostra strada qualcuno che dice “ho fatto un sogno, te lo racconto”?  NO!  Non c’è. Bentornati quindi a Ho sognato che sognavo, dove voi raccontate i vostri sogni senza darci il tempo di fuggire. 

 

Evito con cura di tediare amici e parenti con i miei sogni, di norma, e a maggior ragione dovrei evitare di propinarli ai lettori. Tuttavia la mia ultima serie di incubi mi ha appassionata al punto che non ho saputo resistere: dopo aver passato mesi a cercare il filo rosso che mi avrebbe permesso di cavarne una trama, ho capito che l’errore stava nel cercare una storia là dove evidentemente c’era solo una geografia. Di qui l’esperimento che segue: organizzare i miei incubi, non in funzione delle oscure esperienze che ricordo di avervi vissuto, ma come una guida turistica che conduca in visita a un luogo spaventoso e incredibile. Una città invisibile, tanto per far rivoltare nella tomba Calvino, che io e il mio ingombrante ego abbiamo battezzato ‘Barbaria’.

In caso ve lo stiate chiedendo: sì. Tutte le strade, del centro storico di Barbaria, sono incurvate verso il basso come fossero state costruite sul fondo di un enorme cucchiaio. Percorrerne una dall’inizio alla fine significa inevitabilmente scendere e poi risalire. Non è questo, tuttavia, il motivo dei lievi capogiri che vi stanno obbligando a reggervi alle spalle del vostri vicini; il fatto è che lo stesso tipo di curva si ripropone identico da un lato all’altro delle vie. I marciapedi – come vedete, non hanno gradino – piegano con dolcezza verso la carreggiata concava su cui le automobili traballano come ragni azzoppati. In altre parole, anche quando si crede di camminare in pianura sul fondo dell’immaginario cucchiaio, si è comunque tutt’altro che paralleli rispetto alla corda che si potrebbe calare a piombo dall’alto. Esserne consapevoli non aiuta a far fronte ai giramenti di testa: se non altro, v’impedirà di appellarvi a supposti cali di zuccheri per divorare più pistecchie di quante possa contenerne uno stomaco.

Le pistecchie, dolce tipico della città, sono state più volte sottoposte a controlli dei Nas per via della dipendenza istantanea che generano in chiunque le assaggi. Non hanno trovato che uova, latte, burro, zucchero, panna montata e naturalmente pistacchi: per arginarne il crescente consumo, da parte della cittadinanza nonché dei turisti, anni fa le autorità locali hanno emanato un categorico divieto di esporle. Si spiega così perché tutte le pasticcerie della città abbiano lunghi banconi vuoti e siano perennemente affollate. Dato che i tempi di produzione delle pistecchie sono molto inferiori a quelli con cui le si fanno fuori, per sopportare l’attesa tra un’infornata e la successiva gli abitanti di Barbaria succhiano sigarette dalla mattina alla sera: adesso sapete anche per quale motivo il cielo sulla città è sempre giallo di fumo.

O meglio: un cielo. Barbaria ne ha due. Avrete forse notato come il centro storico sia completamente privo di monumenti e di piazze; proseguendo il nostro giro, spostandoci verso le strade più esterne, scopriamo come in alcune di queste la tipica forma a cucchiaio perda la sua simmetria: via delle Palme Azzurre e strada vicinale Gorilla piegano verso l’alto, giunte ai confini della prima periferia, così bruscamente che ai lati dei marciapiedi sono fissate funi cui aggrapparsi per salire e per scendere. L’inclinazione del suolo che porta alle due principali piazze della città è paragonabile a quella dello scivolo kamikaze di un aquapark. Ma vi assicuro, ne vale la pena. Seguitemi; e tenetevi forte alla corda, mi raccomando, perché appena superato il coperchio di fumo di sigaretta ingiallito i venti tenteranno di portarvi via come foglie.

Sopra le piazze di Barbaria il cielo è di una trasparenza assoluta.

In cima a via delle Palme, il cucuzzolo dell’affilata collina è interamente occupato dalla piazza dei Pesci. O per meglio dire dalla grande fontana dei Pesci. Una curiosa distorsione gravitazionale, la stessa per cui polipi e lucci di marmo danzano in sospensione sopra la vasca rotonda, permette ai genitori assiepati sul bordo un gioco  che a Barbaria è sempre stato molto di moda: consiste nel lanciarsi i neonati da un lato all’altro della fontana facendoli scivolare sul pelo dell’acqua come dischi da cricket sul ghiaccio. La difficoltà principale consiste nell’evitare gli altri bambini, di poco più grandi, che saltano su quel pelo d’acqua come su un tappeto elastico fermandosi di tanto in tanto a mezz’aria per danzare con le statue dei pesci.

Altrettanto esigua, ma meno appariscente, piazza Cappello è un nudo cranio d’asfalto cui si giunge inerpicandosi da vicinale Gorilla. Ci sono soltanto un negozio di souvenir, un ufficio postale, e una rastrelliera sempre piena di biciclette offerte dal comune a chiunque voglia inforcarle. Vi prego di sceglierne una ciascuno e abbandonarvi con me lungo la discesa che riporta in pianura. La piazza è famosa, infatti, soprattutto per come un particolare gioco di venti colpisce l’orecchio lanciato giù per questo versante: per tutto il tempo, chiudendo gli occhi, sentirete chiaramente le voci dei vostri ultimi morti ripetere a loop ‘ti prego non correre’.

Immagino che trovarvi alla balaustra di un ponte vi stupisca appena meno di esserci arrivati in un solo pezzo. Siete tutti interi, tranquilli. Non solo la cascata ululante è un passatempo sano ed innocuo, ma oggi, in ogni caso, farsi male a Barbaria non è materialmente possibile. E’ il giorno della festa del fiume, che circonda ad anello il centro della città, continuando a scavare sotto le due piazze-colline magniloquenti volte che le rendono fragili come denti cariati.

Apparentemente profondo, largo, grasso come dopo molti giorni di pioggia, il fiume è in realtà una pozzanghera in cui i partecipanti alla parata procedono con l’acqua a metà dei polpacci. Sono nudi, come vedete, e sono strani. Gobbe, tentacoli, grossi quantitativi di braccia, di gambe, di organi sessuali, di teste, servono a ciascuno per suonare uno strumento che nessun corpo umano standard potrebbe ragionevolmente approcciare. Se non distinguete la melodia è perché non avete un numero sufficiente di orecchie. Ciò non vi impedisce comunque di votare per il vincitore della parata; non è un concorso per musicisti, infatti, ma un concorso di bellezza. Chi voglia fare da giudice deve solo procurarsi una pietra e lanciarla con tutte le forze contro il mostro che preferisce: il primo a cadere ginocchioni nell’acqua sarà proclamato Re del giorno della festa del fiume.

Adesso che come ogni anno l’ambito trofeo è stato assegnato al gigante – grande, grosso, e dunque un ghiotto bersaglio perché mancarlo è praticamente impossibile – la nostra visita è ufficialmente conclusa ed è giunto il momento di lasciarvi andare a cenare.

Oltre che per le pistecchie, Barbaria è famosa per i suoi ristoranti orientali. Ottimo il cinese di via Delle Querce con i caratteristici camerieri asimmetrici, notevole, ma molto lontana da qui, pure la trattoria taiwanese in cui mentre mangiate lavano i vostri vestiti nel brodo. Ma io mi permetto di consigliarvi tra tutti il thai sushi di via Tor del Pittore. La sommelier è mia sorella gemella: appena più alta, più sorridente, più formosa, più affascinante. Non ha mai scritto una riga nella sua vita, e non ha mai avuto incubi, dice.

 

 

 

Barbara Di Gregorio ha pubblicato un romanzo (“Le giostre sono per gli scemi“, Rizzoli 2011) e numerosi racconti su antologie e riviste letterarie (Minimum fax, Coniglio editore, Nuovi argomenti, Guanda). Ha collaborato con diverse pubblicazioni, tra cui La Lettura, e con il sito internet Book detector. Vive e lavora in giro.