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Avere i volumi giusti

non sono quei sandali, ma ci si avvicinano

Silvia ritorna su ALP e ci accompagna nei suoi ricordi da universitaria, quando per arrotondare e comprare dei bellissimi sandali in cuoio con la zeppa ha scoperto di avere i volumi giusti.

Ci siamo passati in molti, dentro quel momento in cui siamo studenti universitari e tutti i nostri soldi provengono dai conti correnti dei genitori, e a un certo punto quel tot mensile che ci sembrava perfettamente sufficiente a pagare affitto bollette libri e vita in un’altra città inizia a starci stretto, perché iniziamo a fumare, oppure scopriamo che l’alcool ci piace un po’ più del previsto, oppure quelle scarpe sono davvero troppo belle oppure abbiamo tanti amici e andiamo spesso a cena fuori oppure, banalmente, le bollette sono più alte di quanto si pensava.

Io mi ci sono ritrovata ben presto: i miei mi davano una somma adeguata alla vita di una giovane studentessa fuori sede – si prega di porre l’accento sulla parola “studentessa”, che non prevede declinazioni in vizi di sorta. All’epoca avevo un fidanzato in una città diversa, e quindi una volta ogni due settimane (poi una ogni tre, poi una ogni quattro, poi una e mai più) prendevo un treno, che non era compreso nella suddetta somma. E poi avevo uno stile di abbigliamento che piano piano andava cambiando di pari passo con la mia nuova vita da universitaria: nemmeno i vestiti nuovi rientravano nel mensile dei genitori. Per non parlare delle feste e delle serate.

Ma non volevo chiedere di più. Era chiaro che se mai avessi avuto bisogno i miei non avrebbero esitato a passarmi qualcosa di più o addirittura ad aumentare l’importo del bonifico, ma la sola idea di chiederlo, dovendolo giustificare o no, mi provocava una reazione di scompenso e fastidio dritto alla bocca dello stomaco.

 

Si poneva, insomma, la stringente questione del denaro. Come trovare dei soldi? E come trovarli senza che questi fossero un lavoro che mi impedisse di vivere in biblioteca quasi tutto il tempo che non passavo nelle aule? L’unico lavoro che all’epoca sapevo fare era la gelataia, ma gelatai part-time, a Siena, città con una densità altissima di gelaterie, non ne cercavano. E io non avevo bisogno di lavorare più di qualche ora alla settimana: non era una questione di sopravvivenza, era una questione di avere assolutamente quei sandali di cuoio con la zeppa che mi guardavano dritta negli occhi da una vetrina su Piazza del Campo.

La soluzione mi è apparsa davanti agli occhi dentro un bar in cui capitavo abbastanza spesso, affissa a una bacheca con annunci di ogni tipo. Cercavano una modella per una scuola di disegno, e pagavano 13 euro all’ora. Chiamare il seguente numero per maggiori informazioni.

Ho chiamato.

 

Bisogna a questo punto chiarire che il livello di autostima della sottoscritta non veleggia mai su vette elevate, e quella non era epoca di eccezioni. La mia pancia non era piatta, il mio culo non era alto e magro e muscoloso, le mie braccia non erano definite e, in generale, ero troppo grossa per essere figa. Nonostante questo ho deciso di provare: da quel che sapevo, alle modelle per il disegno non è richiesto essere gnocche colossali, ma avere un corpo.

 

Mi ricordo bene il momento in cui sono uscita di casa per andare al colloquio: era maggio, faceva caldo, portavo jeans chiari abbastanza aderenti e un top rosso aderentissimo con le maniche svolazzanti che lasciava le spalle scoperte. Mi sentivo audace e baldanzosa e terrorizzata. In sostanza sono andata a piedi in jeans, top aderente e bassa autostima a un appuntamento che prevedeva lo spogliarsi. Al momento in cui l’insegnante di disegno mi ha chiesto, come era ovvio che avrebbe fatto, di levarmi i vestiti, si è dunque verificato il simpatico siparietto dell’imbarazzo-jeans stretti-caldo-nervoso-tuttosudaticcio-vogliomorire-machemutandeho (la faccenda dell’intimo sensato per le occasioni in cui ti devi spogliare non l’ho mai imparata).

L’insegnante non ha tuttavia fatto una piega, e mi ha annunciato che avevo i volumi giusti. Che avrei diviso il ruolo insieme a un’altra ragazza, ci saremmo alternate, e che se avessi voluto avrei potuto rimanere in topless, ma solo se avessi voluto.

Sono tornata a casa pensando a blocchi di carne che ingombravano lo spazio e occupavano le forme, e non era un pensiero felice. Continuavo a pensare che l’altra era la gnocca colossale io ero quella dai volumi giusti.

 

Una sera, a una festa in casa di amici, ho fatto tardi perché la lezione di disegno, l’ultima di quel corso, era dall’altra parte della città e io mi muovevo a piedi. Sono arrivata un po’ affannata sui miei sandali nuovi di cuoio marrone con la zeppa e i laccetti, e il mio ex-coinquilino, nonché la ragione per cui avevo smesso di prendere il treno tre, due, una volta al mese, mi chiede: ma che stavi facendo?

Avrei potuto rispondere: stavo scoprendo che è scomodo, faticoso, freddo e divertente fare questo lavoro, che il mio corpo abbozzato sui blocchi da disegno non mi dispiace e che quei volumi non sembrano poi così voluminosi. Che alla fine anche stare seminuda davanti a quindici persone non è imbarazzante, se ti misurano la distanza tra i seni con una matita, da lontano e in prospettiva.

Ma gli dico solo che posavo per una classe di disegno, tutta gasata al pensiero della cosa trasgressiva e un po’ sexy da raccontare, emozionata all’idea che avrebbe pensato a me nuda davanti a un sacco di gente, e lui mi guarda e poi, sorridente, risponde: ah, praticamente fai la puttana.

 

Mi piacerebbe poter dire che i miei volumi, l’ex coinquilino in questione, non li ha più toccati, ma qui si raccontano solo storie vere. Né ricordo come ho reagito, mi sarò fatta la tradizionale risata, tentando di lavare la ferita con due bicchieri di vinaccio – quello orrendo che si beve solo al primo anno di università, se si è fortunati.

Non ho più fatto quel lavoro, ma quei bellissimi sandali di cuoio con la zeppa hanno resistito fino all’anno scorso, quando dopo quasi dieci anni di onorata carriera sono stati dichiarati ufficialmente non riparabili.

 


Silvia Costantino ama i libri, la fotografia, le serie tv e le storie di streghe. Vive a Firenze, dove ha organizzato il festival Firenze RiVista e ogni tanto presenta un libro.
È fondatrice e redattrice della rivista culturale 404: file not found, collabora con Ultima Pagina e con The FLR, a volte appare altrove. Ha un alter ego social, Giorgeliot, che si diverte a raccontare i fatti suoi.