Crea sito

Ho fatto l'autostop da sola e c'era anche Ligabue

Photo Credit: Barta IV via Compfight cc

 

Il lunedì dopo avrei avuto l’esame di statistica. Era stato un azzardo allontanarmi dai libri proprio il weekend prima dell’unico esame matematico di una facoltà umanistica, ma avevo vent’anni ed ero innamorata e quando hai vent’anni e sei innamorata il “ti seguirei in capo al mondo” non è un modo di dire ma una precisa disposizione di tempo e spirito che ti fa saltare su auto, treni e pullman per raggiungerlo, lasciando la tua cameretta ancora così infantile coi poster alle pareti dell’ultimo amore celebre e le Smemorande vecchie e la carta da lettera e i salvadanai, eredità dei compleanni passati sì, ma neanche da molto.

Non era poi in capo al mondo, era in Emilia Romagna, sull’Appennino, in una casetta di quel genere di seconde case tutte curate nei dettagli, con soprammobili kitsch, vecchie bomboniere di matrimoni e battesimi di sconosciuti e i cassetti pieni dell’abbigliamento che non metti più ma non sai buttare.

L’avevo raggiunto su sua richiesta, – ti vorrei qui con me, vieni? – , eravamo stati insieme, ma io ero l’unica innamorata dei due e questo faceva la differenza. Nella percezione delle distanze, nella logistica a cui non pensavo mai prima, nella cura che speravo di trovare e invece no.

– Devo tornare a casa, stasera.
– Io ho un cliente che devo vedere qui domattina, non ti posso accompagnare.
– Ma come faccio a tornare a Milano?
– C’è la corriera che ti porta a Reggio Emilia, poi da lì il treno. Ma non posso accompagnarti, devo preparare delle cose per domani.

Non avevo battuto ciglio, non potevo mai con lui, era come il gioco degli shanghai, non potevo toccare niente, muovere niente di quello che c’era sul tavolo, dovevo occupare il solo spazio che lui mi concedeva, non un centimetro di troppo, e quello spazio era un letto e poco più, e il resto della mia vita era un problema mio.

E così ripresi le mie quattro cose di ragazza in viaggio e uscii da quella casa, consapevole di stare uscendo anche dalla sua vita. Per scelta mia stavolta. Per una forma di amor proprio che finalmente si era ridestata e aveva iniziato a urlare che non si può esistere soltanto in un momento insieme e poi più nulla. Avevo vent’anni e ero innamorata e questa cosa non mi stava bene. E quindi decisi di andare a casa.

Ma come?

Ero in un paesino sperduto dell’Appennino emiliano, a cinque chilometri a piedi di curve e salite e discese e boschi dalla strada statale dove sarebbe passata la corriera che mi avrebbe riportato in una città.

Non pioveva. Avrei preferito che piovesse, si sarebbe adattato meglio al mio umore, alla drammaticità del momento, avevo bisogno di una scenografia che rincarasse la dose di quel grande addio e invece niente, nessuna pioggia a mescolarsi a lacrime che non scendevano, ad abbinarsi a quello squarcio interiore, a quella sensazione di aver buttato pelle-cuore-tempo nella direzione sbagliata, quella di un uomo maldestro, di un uomo che non aveva cura di me al di fuori di un letto.

Avevo vent’anni ed ero innamorata e me ne andavo a piedi mano nella mano con il mio orgoglio ferito e un “mai più” grande così stampato a caratteri cubitali sui tessuti molli del cuore.

Cinque chilometri a piedi e finalmente ecco la statale. Ecco la colonnina degli orari. Erano le cinque di pomeriggio di domenica, l’esame di statistica il giorno dopo. La corriera era appena passata e a quella dopo mancavano tre ore.

Quanto sarà da qui a Reggio Emilia? Trenta chilometri?

Con la mancanza di consapevolezza che solo una ventenne innamorata può avere pensai di farla a piedi. In fondo che ci vuole, ho sempre camminato tanto, no? Dieci chilometri non sono poi granché, trenta sono solo tre volte dieci, quindi vado.

Mi avviai su quella statale, decisa, convinta, indomita, il tramonto in faccia, le colline intorno, tanto di quel verde da fare male agli occhi, le macchine, i trattori, i camion, i commenti di uomini rozzi e io che camminavo forte, dovevo riuscire a essere a Milano entro mezzanotte. Mi sentivo eroica, fiera, capace, consapevole ma mi sentivo anche molto stanca. Una stanchezza fatta di energie buttate per mesi, di regali perfetti alla persona sbagliata, di parole dette inutilmente, di richieste mai ascoltate, di sopraggiunto sfinimento emotivo.

I chilometri non calavano, sembravano aumentare, aumentavano davvero sui cartelli della statale, prima trenta, poi ventotto, poi trentuno, ma come.

Chiamare qualcuno troppo imbarazzo, dover ammettere di non essere amata neanche tanto, quel minimo indispensabile da implicare il non lasciarmi letteralmente a piedi, figuriamoci, troppo orgoglio, non l’avrei detto mai a nessuno.

E a quel punto nemmeno lo decisi, lo feci. Mano a pugno, pollice alzato, stavo chiedendo un passaggio senza pensarci troppo, senza stare a riflettere sul fatto che intorno erano tutti boschi, che di malintenzionati ne basta uno solo per rovinarti per sempre, con l’incoscienza che solo una ventenne innamorata con l’esame di statistica il giorno dopo poteva avere, con quello squarcio interiore che gridava “non hai niente da perdere” ma non era vero, c’è sempre molto da perdere a vent’anni, c’è tutta la vita da perdere, la serenità, la felicità che ancora non sai dov’è ma potrebbe arrivare, e io abbandonata dall’unica persona che non volevo mi abbandonasse, mi abbandonai al mondo con un gesto così sconsiderato, che in quel momento mi sembrava soltanto molto pratico, e trovai un passaggio.

 

Rividi più volte quella scena negli anni a venire, immaginando una sorta di sliding doors in cui le cose sarebbero potute andare molto diversamente.

Si fermò un ragazzo, aveva circa la mia età ma con una macchina a disposizione in più, una Fiat Punto grigia, mi chiese dove dovessi andare, – Reggio Emilia, in stazione – , mi fece salire e mi rassicurò. – Ti accompagno io, stai tranquilla, non sei in pericolo, tu però me lo devi spiegare cosa ti passa per la testa a fare l’autostop in un posto come questo, ma ci pensi a chi poteva tirarti su?

E così parlai. Non sapevo neanche il suo nome né lui il mio e per la mezz’ora successiva, di curve e sole che tramontava, gli raccontai tutto il mio amore sbagliato, il mio esame di statistica, i miei mai più, il mio orgoglio ferito, i regali perfetti, il colore delle lenzuola e i polmoni che tornavano a riempirsi tutti, dopo mesi di apnea, e ogni tanto piangevo e tiravo su col naso mentre lui mi passava fazzoletti e Fruit Joy in egual misura.

C’era Ligabue in sottofondo e quanto ci stava bene, a fare da tappeto sonoro alle mie parole, alle sue espressioni corrucciate, ai suoi “ma perché” polemici, a quella strada di trenta chilometri su cui lui mi aveva accompagnato, con un silenzio partecipato, fino a dentro alla stazione e fuori dalla mia vita di prima.

Mi comprò un panino e dell’acqua per il viaggio di ritorno, mi salutò con un “Fai la brava”.

Non lo so se fosse come me, quel ragazzo dell’autostop, ma mi raccolse dove un altro mi aveva abbandonato. E si prese cura di me.

Mai più visto. Come tutti i supereroi.

 

 

 

Lara Aldeghi scrive, corre e lavora a Milano. Ha un blog. La potete trovare anche su Twitter.