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Ancora non oso toccarmi

In the Zone

 

 Benvenuti a Import/Export, dove traduciamo le migliori storie personali apparse su giornali, riviste e portali stranieri. E vi garantiamo che queste storie non le avete ancora lette. 

 

La mia pelle sudata si appiccicò alla pelle logora del lettino. Ero da sola nello studio del dottore, senza la maglietta. All’inizio mia madre era preoccupata per la mia tiroide. Mi aveva fissato un appuntamento perché mi era cresciuta una peluria sul mento, macchiavo i miei reggiseni di cotone bianco e avevo preoccupanti sbalzi di umore. È stata la prima volta che qualcuno mi ha palpeggiata.

Il mio dottore era una donna ossuta con una massa di riccioli corti in testa, un tratto molto comune in Arizona nelle donne di una certa età. Gli occhiali le coprivano metà della faccia e indossava una camicia scozzese, inamidata di fresco, con dei bottoni di perle. Aveva la faccia seria e dura. Non sorrise mai, tranne che per le sue battute che non erano per niente divertenti. Erano passivo-aggressive. Aveva mani spietate e mi fulminava con frasi secche, come la mia defunta nonna.

– Sei sessualmente attiva? – mi chiese.
Scossi la testa. Stavo sudando nelle mutande.
– Puoi dirmi la verità.
Scossi di nuovo la testa.
– Ti tocchi il seno quando ti masturbi? – mi chiese.
Mi si chiuse lo stomaco e smisi di respirare. Mi assalì un senso di vertigine e la familiare sensazione del sangue che correva alle guance. Scossi la testa più forte.
– Qualcun altro ti tocca il seno? – mi chiese.
Sembravo un robot scassato per quanto scuotevo la testa.
– Qualcuno ti tocca con forza il seno? Dimmi la verità? – mi chiese.
Non risposi. La dottoressa era metodica e lenta. Mi strinse così forte che sobbalzai e mi misi a piangere. La L che faceva con le mani mi stava attaccata alla parte inferiore del seno, il modo in cui mi strizzava mi dava il capogiro. Strinsi i denti più forte che potei, per ridistribuire il dolore. Le lacrime sfuocarono tutto.

Lasciò la stanza e io piansi per il sollievo, finché l’infermiera entrò e mi chiese se poteva tastarmi anche lei. Accettai. I medici non chiedono il parere delle infermiere per divertimento. La dottoressa e l’infermiera uscirono dalla stanza e mia madre entrò turbata. Non credo che le avessero detto nulla. Mia madre conosceva la differenza tra una visita di routine e quando ti trovano qualcosa. Qui c’era qualcosa.

Quando la dottoressa tornò dentro disse a mia madre che aveva sentito una strana protuberanza e che ciò la preoccupava molto, non ricordo per quale motivo. Ero distratta, sudata e nauseata. Mentre tornavamo alla macchina mia madre fu stoica, mentre io piangevo in preda al panico. Iperventilai e cercai di pulirmi la faccia bagnata di lacrime e muco. Lei mi tenne stretta mentre l’aria condizionata ci arrivava addosso.

Poi mia madre mi depositò a scuola – facevo un corso estivo – e lì restai seduta a fare lunghi respiri. Ci era stato assegnato un compito: dovevamo recitare una poesia a tre diversi compagni di corso. La pelle dietro le ginocchia si era incollata al seggiolino di plastica blu, incollato alle gambe di metallo della sedia, incollate al pavimento di legno ricoperto da una pellicola lucida.
Il ragazzino più grosso, con la faccia sudata e un nomignolo fallico, si accovacciò davanti al mio banco. Tenevo gli occhi fissi sul tappeto blu, tutto macchiato, ma trasalii quando mi interruppe.
– Posso dire a te la mia poesia?
Mi parlò con una voce delicata, diversa dal solito tono sguaiato che usava in classe.
Annuii e dissi, – va bene.

La poesia che aveva scelto era “Il corvo” di Edgar Allen Poe. I miei compagni di classe sfuocarono e ci fu solo la voce di quel ragazzo, che aveva preso un ritmo da telefono erotico, aggressivamente delicato.
Mi recitò “Il corvo” con gli occhi fissi nei miei. Non riuscivo a sbattere le palpebre, non potevo ignorare la fitta di dolore nel petto. Mentre mi fissava, sentii la mia pelle avvampare. A oggi, non ho mai assistito a esibizioni più lunghe.

– Che ne pensi? – mi chiese, nello stesso sussurro predatorio.

– Pe-penso che sei andato bene – dissi.
Si alzò davanti al mio banco e se se ne andò.
Iniziai a piangere. Credevo che le lacrime mi avrebbero spento le guance, invece friggevano sulla pelle. L’insegnante mi chiese cos’avessi. Mi abbracciò e mi disse di andare in bagno a calmarmi.
Quando mi misi seduta nel bagno stavo meglio. Tenevo la fronte appoggiata al muro pieno di scritte, nomi di filarini e peni disegnati dappertutto. La plastica blu, sporca e ammaccata, della tavoletta del water era fredda. Chiusi gli occhi e tirai un sospiro di sollievo.

 

Durante quella settimana mi misi a piangere per le cose più strane. Il modo in cui l’alluminio scricchiolava quando scartavo il mio burrito dal cestino del pranzo, l’espressione di Britney Spears sulla copertina del suo album o il modo in cui mia madre mi diceva di non pensarci.

Ci pensavo in continuazione.

Un cancro è un’ipotesi di merda da fare a una precoce ipocondriaca. Mentre guardavo la tv, sprofondata nel divano con la faccia premuta contro un cuscino, immaginavo la mia anima sospesa sopra il mio corpo, quando sarei morta. Il mio corpo canceroso abbandonato sulla Terra e la mia anima che volteggiava tra le nuvole di un paradiso qualsiasi. Non avevo nessuna esperienza del cancro. Non conoscevo nessuno che l’avesse avuto (e per fortuna sconfitto) a parte mia zia, dieci anni dopo. Ma, distesa sul divano, conoscevo il cancro solo come concetto. Mi mossi a sufficienza per sentire un dolore immaginario: le risate registrate in tv mi fecero sentire stupida.

 

Le visite successivo furono confuse. Di solito, quando un medico sospetta che il paziente abbia il cancro, ci sono alcune cose da fare come una biopsia per determinare se il tumore è maligno. La biopsia si fa con gli aghi: è dolorosa e invasiva. A volte bisogna operare. In realtà non ricordo che mi sia successo niente di tutto ciò e non credo di averlo rimosso. Credo che non sia successo affatto. So di non essermi toccata durante la settimana in cui credevo di avere il cancro.

Durante l’ultima visita c’era anche mia mamma. Trattenni di nuovo il respiro. Diventai rossa e calda. La dottoressa mi strinse il seno con le sue mani fredde e ossute. Non avrei detto che l’ultima volta avrebbe potuto fare così male, ma lo fece. Quella volta ci mise un’eternità a visitarmi. Strinsi i denti più forte che potevo.

– Rilassati – , mi disse.

Mi disse che il nodulo era scomparso, sparito nella carne che aveva appena schiacciato. Mia madre esultò e diede un pugno in aria, come fa la gente quando la sua squadra fa gol.

– E vai! – , disse.

La dottoressa si lavò le mani e spiegò a mia madre quanto fossero confusi tutti i suoi colleghi. Molti suoi clienti, ragazze della mia età, avevano avuto noduli come il mio, che si erano rivelati benigni. La dottoressa aveva paura che qualcosa potesse esplodere dentro tutte noi, ma non riusciva a capire cosa.

– Meglio avere paura che danno – , mi disse con un sorriso e una strizzata d’occhio.

 

Non molto tempo dopo la mia settimana con il cancro, la dottoressa morì in un incidente stradale. Ricordo la busta verde evidenziatore nella buca delle lettere, indirizzata a me come una parcella da pagare, come se avessi preso un appuntamento. Non avevo fatto nessuna di queste cose. Lo studio medico aveva mandato la fotocopia del necrologio, nel caso non l’avessimo visto. Mia madre l’aveva saputo, ma non mi aveva detto nulla.

 

Al giorno d’oggi le visite al seno sono dolorose. Fanno esitare i medici professionisti. Qualcuno ci mette un sacco di tempo, mi visita con le mani e mi guarda apprensivo. -Mi è sembrato di sentire qualcosa qui… – , dicono. – Lei ha un tessuto mammario molto denso. – Una volta ho usato questa battuta per fare colpo su un ragazzo. Credo che abbia funzionato.

 

 

 

Lindsey Kugler è l’autrice del libro “HERE” (University of Hell Press). Ha ottenuto il Writing Certificate Program all’Independent Publishing Resource Center. La potete trovare anche su Twitter

Questa storia personale è apparsa su Nailed Magazine con il titolo “I Still Don’t Touch Myself“: noi la ripubblichiamo qui con il gentile consenso dell’autrice. 

 

Gaia Giordani (versione italiana) è nata a Verona nel 1981, abita a Torino e lavora a Milano. Copywriter e blogger della primissima ora, ai tempi di Splinder era Copiascolla. Si guadagna da vivere facendo la web content manager e la consulente di comunicazione digital. Ha collaborato con Grazia, Cosmopolitan, Gioia, Donna Moderna, E Polis, Macchianera. Sta scrivendo il suo secondo romanzo; il primo è “Sei proprio una scema” (Baldini & Castoldi). La potete trovare anche su Twitter.