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Anche la duchessa di Cambridge…

Photo Credit: Sybren A. Stüvel via Compfight cc

Disclaimer: questa storia tratta di una donna, e argomenti intestinali.

 

Anche alla Duchessa di Cambridge sarà successo. Di sentirsi così male da stare in ascolto del minimo movimento nella pancia. Avete presente quegli scoppiettii, quelle danze che ti dicono che sta per risuccedere? È ironico perché qualche minuto prima avevo letto sul giornale che lei, la Duchessa, è di nuovo incinta, e salterà alcune visite ufficiali a causa di forti nausee mattutine. Ho anche pensato: ecco, è successo, sei incinta, e adesso dovrai affrontare tutto da sola senza un equivalente reale di Gaby Hoffman in Obvious Child, con le sue meravigliose sopracciglia e lo spirito femi-post-punk ma anche scopertamente e onestamente fragile. Ma no, non c’è un bambino nella tua pancia, niente accenni di manine e gambine trasparenti. C’è probabilmente un virus o qualcosa di scaduto che hai mangiato, e che adesso sta organizzando un party.

L’ironia maggiore non è nemmeno che stanotte doveva essere una notte di passione in senso buono a casa di M., ma che sei in un cinema e sullo schermo davanti a te ci sono Dame Helen Mirren e un bellissimo attore indiano che parlano di cibo e cucinano cibo e toccano cibo (premesso che, anche tra i fumi del dolore, mi accorgo che il film è troppo cheesy per rimpiangere di non averlo effettivamente guardato). Un foodie film che in teoria dovrebbe farti uscire dal cinema pieno di fame e nuove idee e voglia di assaggiare black truffle and pigeon. O magari, ad una come me, voglia di cucinare in prima istanza.

Invece più loro accarezzano pomodori e assaggiano ricci crudi e sbattono uova più la mia nausea sale. Passo metà del film in bagno. La seconda volta che torno al mio posto, il film ha preso un’altra prevedibile svolta, con l’indiano che acquista fama e ricchezza nella capitale ma decide infine di tornare all’ovile adottivo, in nome della uova fresche, del paesaggio eccessivamente idillico, della famiglia e dell’amore romantico. Intanto non so nemmeno più da dove il Poltergeist dentro di me deciderà di uscire al prossimo giro. Magari stavolta saranno le orecchie. Mi dico, va’ a casa, ADESSO!, ma semplicemente sono troppo debole. Kate, ti è mai capitato? Quelle volte in cui il minimo spostamento fisico può voler dire catastrofe?

Questo mi fa pensare al primo di una serie di schiacciamenti di vertebre, che mi ha costretto una settimana a letto. Lì tentare di muovere un mignolo era fuori discussione. Ho la tendenza a soffrire di disturbi non gravi, ma di soffrirne il più gravemente possibile, come mia mamma tende sempre a sottolineare, in una strana rivisitazione del concetto ogni scarrafone.

Appena il film finisce in qualche modo mi alzo e vado da M. e gli chiedo le chiavi e gli dico che lo aspetti da lui. Cammino alla massima velocità possibile per le strade deserte di Belsize Park impestando l’atmosfera. Fa un freddo incoerente con la temperatura di poche ore fa, e c’è quella nebbiolina da pre-inverno. Arrivo a casa appena in tempo e da lì in poi le mezz’ore si muovono a fisarmonica sulla tazza del cesso, alternando posizioni e tirando l’acqua appena possibile, almeno una decina di volte, come mamma mi ha insegnato. Così l’odore di vari fluidi corporei non ha il tempo di attaccarsi troppo alle pareti o magari arrivare in altre stanze della casa meravigliosa dell’inquilino meraviglioso.

Mi viene da ridere a pensare a quando ho passato tre giorni qui in estate, evitando di andare in bagno (andando invece primariamente alla British Library armata di salviette igieniche, quel posto mi mette talmente a mio agio.) Tanto per ritardare il più possibile quel momento in una relazione in cui, Amen, la mia cacca non profuma di violette. Quel momento che la donna di solito cerca di rimandare il più possibile, perché il maschio è culturalmente autorizzato a varie sleeping e non-sleeping farts, from day one.

Magari anche alla Duchessa di Cambridge sarà capitato di trovarsi sulla suddetta tazza – sicuramente diversa da tutte quelle su cui mi sono seduta io – talmente a lungo da appoggiare la testa sulle ginocchia ed entrare in una sorta di dormiveglia, interrotto solo dal mostro di funzioni corporee impazzite. Che a questo punto è decisamente tutto tranne che un bambino. Come negli attacchi peggiori di cistite emorragica, in cui più volte mi sono arresa e ho passato la notte direttamente seduta in bagno, con il cuscino sulle ginocchia per tentare di dormire un po’.

E insomma M. torna a casa, e non c’è modo che io continui ad espellere roba tipo Esorcista con lui presente, soprattutto perché la toilet è esattamente adiacente alla camera da letto e si sente tutto. Non è tanto una questione di insicurezza o fallimento delle mie convinzioni femministe (lo è solo in parte, intendo), è che stare veramente male con qualcuno è una roba molto molto intima, e stanotte non ho tempo di preoccuparmi di nulla che non sia questo dolore fisico. Gli apro e gli dico che sto andando a casa. Lui si preoccupa e chiede se penso di farcela, che la metro è chiusa. Io minimizzo e raddrizzo la schiena e dico ma sì, non voglio essere qui con te al prossimo attacco, e lui è tutto fair enough e ci sentiamo più tardi e blabla. Mi accompagna alla porta.

Per strada mi pento. Amaramente. E sono sicura che alla Duchessa di Cambridge una situazione del genere non è mai capitata. C’è da cambiare due autobus da qui a casa mia, ma saranno quattro stanotte. Il primo, l’N5, sul tabellone dice tra 15 minuti. Così inizio a camminare, barcollante, con il cappotto oversize di M. addosso. Ho freddo freddo freddo e il mio addome fa talmente male e non riesco a rilassare la smorfia contratta sulla mia faccia. Mentre cammino più velocemente possibile penso che l’ultima volta che sono stata in una situazione simile era per aver bevuto troppo. Sto invecchiando.

Alla fine a metà strada mi arrendo e mi metto ad aspettare l’autobus, accovacciata a terra per lenire un po’ il dolore. L’N5 mi scarica non lontano dalla fermata dell’N29. Tre minuti. Mi ri-accovaccio ignorando  le altre persone che aspettano con me. Siamo a Camden Town, di freak se ne vedono in continuazione. Rifletto seriamente sull’opportunità di prendere un taxi, devo arrivare il prima possibile. Poi mi sento peggio e contemplo l’opzione ambulanza. Salve, buonasera, I’ve got the shits and I’m vomiting, could you please come and fetch me?
Incredibile come possiamo passare dalla piena capacità psicofisica ad uno stato larvale e puzzolente, così, nell’arco di quattro ore. Incredibile la potenziale catastrofe se siamo fuori casa, ed è notte.

Quello che credo sia il mio autobus però arriva prima di un eventuale taxi, quindi salgo. Ma è il numero sbagliato: ho visto un 2 e sono salita. Non ci sto capendo molto. A metà di Camden Road realizzo che mi conviene scendere prima che sia troppo tardi. Così, scendo e mi dico ancora una volta: ok, appena passa un taxi lo prendi. Whatever. Ma arriva un secondo N29. Stendo il braccio per una manciata di secondi finchè lo vedo rallentare. Lui si ferma un po’ più avanti del dovuto. Salgo e premo la Oyster sul pad giallo, ma il conducente, un signore con il mento appuntito, mi trattiene. Mi dice scocciato che, young lady, devo far capire chiaramente al bus driver che voglio prendere l’autobus se voglio che lui si fermi. Che questa è una strada larga e ci passano almeno quattro linee. Appena metto a fuoco che diamine vuole da me gli rispondo che ho steso il braccio e penso lui mi abbia visto. Mi allontano mentre continua a lamentarsi.

Mi siedo nel posto riservato alle donne incinte, agli anziani e ai malati. Inizio a formulare il pensiero “più malata di così…” ma sento il conato salire in un lampo. Mi alzo, davanti a me c’è un enorme ragazzo di colore, e mentre le porte si aprono lo spingo involontariamente. Davvero, non vorrei spingerlo, ma il bisogno fisico mi azzera. Corro dietro la pensilina e vomito nell’erba, e poi ancora. Le persone sull’autobus avranno pensato che sono ubriaca. E invece ho 27 anni e credo di avere mangiato qualcosa di sbagliato. Non sono ubriaca.

Alla fine arrivo a casa, e passo altre tre ore nel bagno con il diffusore di essenza alla vaniglia, sperando di non stare svegliando il mio coinquilino, in una casa che non è mia ma stanotte lo sembra. La mattina dopo mi sveglio con il trucco appiccicato ovunque e sentendomi uno straccio, proprio come un hangover. Controllo se il cappotto di M. si è sporcato di vomito e scopro di no. E’ un cappotto con una storia, era di uno scrittore di una certa età che lo ha regalato ad M., tipo passaggio di testimone. Ha il suo odore e per fortuna è pulito. Stare in piedi non mi riesce bene così torno a letto. Penso che questo è successo senza dubbio anche alla Duchessa di Cambridge. Penso a quanto io ami la mia solitudine, soprattutto per leccarmi le ferite, però che a volte è dura. Soprattutto quando il bisogno fisico ti rende quasi solo corpo e ti pressa e se ne frega dell’orgoglio o di come sognavi o immaginavi le cose.

Chissà se la Duchessa di Cambridge si è mai sentita così fragile e stanca, e cosa ha fatto per sentirsi meglio. Io ho fatto quello che faccio sempre, ho preso un libro.

 

 

Serena Vittoria Braida canta da quando aveva 6 anni e scrive da forse prima. Twitter le piace molto.