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Al contrario

sweet charity

 

 

Ho un lavoro a tempo indeterminato. Anzi, lavoro da dodici anni e mezzo. Non sempre nella stessa azienda – sono stata precaria anche io – ma non ho mai smesso di lavorare.

Una delle volte in cui sono rimasta disoccupata – l’azienda di allora aveva terminato tutti i rinnovi possibili del mio tempo determinato – mi son detta toh guarda, che magari mi riposo un po’ e finalmente scrivo! E invece niente, ho seminato curricula di qua e di là, sono andata a far colloqui a Savona, Roma e Torino; e subito ho raccolto. Neanche un mese che il frutto è germogliato. Anche le altre volte è andata così. Sono fortunata, direte voi.

Non lo so. Il fatto è che non sono nemmeno laureata. Studiavo lingue, e poi un giorno – dopo pochi mesi – mia madre se ne arriva alle mie spalle, fa capolino sul mio libro e mi dice che devo lavorare. Lei non ha più soldi. Non ha soldi nemmeno per farmi mangiare, figuriamoci per farmi studiare. Dove se ne siano andati tutti i soldi, questo è un mistero. Già, mio padre non c’era più da un pezzo; ma le case, che fine avevano fatto le case per esempio? Vendute all’asta, ma questo lo avrei saputo qualche anno dopo.

Un giorno, quando sono bambina, entra in casa un esattore e ci pignora tutto. Persino lo stereo di papà, la televisione e la consolle Chippendale della nonna. Mio fratello si aggrappa alla mia mano, mentre l’omino occhialuto benvestito fa il suo lavoro. Annota ogni cosa, come fosse la lista della spesa. Scandisce ogni oggetto ad alta voce, più volte, come ad autocelebrarsi per la dovizia di dettaglio con cui ha compilato quell’elenco. Io racconto a mio fratello che il signore è venuto a vedere se possiamo dare qualcosa per la lotteria di beneficenza – ma questa è un’altra storia.

Dopo che mia madre fa outing sulla nostra povertà davanti al mio libro di fonetica, mi metto a cercare lavoro, tirando maledizioni ed imprecando ad ogni annuncio, e un giorno un ente di formazione al lavoro mi intercetta e mi spedisce a fare un colloquio in un ufficio. È una piccola azienda a gestione familiare, che importa manufatti dalla Cina e con una rappresentanza esclusiva per conto di una fabbrica inglese di materiali per l’edilizia industriale. Mi chiedono se ho dei sogni, perché tutti ne hanno a quell’età, ma mento. Mento tutto il tempo e dico che voglio solo quel lavoro. Dicono che se mi fermassi un po’ di più la sera sarebbe cosa gradita: nove o dieci ore magari, che più il viaggio fanno undici o dodici. Gli straordinari non li pagano: questo sia chiaro. Devo fare la segretaria – dicono – e un po’ di contabilità, un po’ di rapporti con gli esteri, un po’ di prenotazione dei voli per la Cina, e poi rispondere al telefono con un sorriso che si senta. Ho una sfortuna incredibile: parlo bene inglese e chiamano il mio professore di greco del liceo, che non si fa i fatti propri e parla bene di me. Per questo il giorno dopo mi chiamano per arruolarmi, senza tanti giri di parole. Mi pagano persino. E poi, alla fine del tirocinio, mi assumono con un contratto.

 

Tutte le mie fantasticherie su un futuro glorioso finiscono lì, quel giorno. Ho vent’anni e mi rinchiudo nella stanzetta di quell’ufficio, alloggiato nell’appartamento di una località balneare, per badare a me stessa. Inizio a giugno, facendomi strada tra il sudore dei bagnanti che affollano i vagoni del treno su cui salgo quasi ogni giorno.

 

I figli di quella famiglia che mi ha offerto il lavoro hanno frequentato il mio stesso liceo. Ogni tanto vengono in ufficio a parlare dei loro esami da universitari con i genitori. Io mi guardo le scarpe per tutto il tempo. Le consumo quelle scarpe a forza di guardarle. Non ci penso nemmeno al fatto che potrei studiare la sera; un po’ perché quando a ritorno a casa sono sfinita, un po’ perché a quell’età non accetto compromessi.

I colleghi sono soltanto due all’inizio. Un uomo e una donna ultratrentenni con le loro vite regolari; mentre io sono una ragazzina strana. Me lo ripetono di continuo. Strano che a vent’anni conviva con l’ossessione di andarmene di casa. Strani i miei occhi, continuamente divisi tra malinconia e risentimento. Strana la mia riluttanza all’insalata in quel cucinino delle pause pranzo, prima che anche in quella stanza finiscano altre persone e computer.

Dunque, finisco in quella vita da segretaria tuttofare per via d’un grossolano errore, che mia madre deve aver commesso in un momento di distrazione.

Mi aggrappo con urgenza alle parole di quella lingua straniera, che pare essere l’unica forma di redenzione in quell’errore. Ho questa ossessione per l’Inghilterra sin da bambina, tanto che ad un certo punto ho pensato di essermi reincarnata nel paese sbagliato in questa vita. In breve, mi faccio mediatrice tra l’azienda inglese e la mia. Ingoio qualche lacrima quando sono al telefono con quei madrelingua per la prima volta, e mi accorgo che ci capiamo persino. La verifica che quelle parole estranee funzionano ha qualcosa di commovente, come se avessi pensato d’aver studiato una lingua immaginaria sino a quel momento. Mi faccio interprete dei loro messaggi, delle loro frustrazioni per quei clienti italiani che non pagano mai. Tuttavia, c’è un aspetto umano nel mio modo di relazionarmi che è non richiesto nel mio ruolo; devo solo spuntare il meglio e finita lì.

 

L’azienda fallisce e, dopo sei anni, quando mi son ritrovata a fare un po’ di carriera – non sono più la segretaria tuttofare, ho un mio ruolo – mi convinco che ormai questa debba essere la mia strada. Devo convincermene. D’altronde non ho molta scelta. Inizio a lavorare in una multinazionale, poi in un’altra. Ricevo conferme, lo stipendio aumenta. Scappo da quella casa che mi teneva ostaggio, mi sposo e intanto passano dodici anni.

Fin qui tutto bene. Ma quando mi vede con la faccia storta, mia madre attacca a dire cose come  Se avessi perso tempo a laurearti, chissà se ora avresti questo lavoro. Saresti disoccupata, cara mia. E poi, cosa te ne facevi di studiare?  Quest’ultima cosa, a mia madre, non so come spiegarla. Finché continua a vedere il mio languore per la laurea come un vezzo, un capriccio, io non so come farle cambiare idea. Ormai non avrebbe senso fargliela cambiare. Per il resto, potrei dirle che forse ha ragione. Forse non avrei un lavoro o forse avrei fatto esattamente gli stessi lavori che ho fatto sinora. Forse.

 

 

 

Sara Ferro è nata a Genova negli anni ’80, nella notte piovosa d’un venerdì 13. Di giorno lavora in un’azienda aeronautica. Ha un blog di stanze che raccontano – L’Ostello dei Folli – e la potete trovare anche su twitter @ostellodeifolli.