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In quarta elementare ho fatto il tema sull’aborto

Photo Credit: Viernest via Compfight cc

 

Siracusa 11-5-81

Composizione

Secondo te Credi che sia giusto abortire, cioè impedire togliere la vita a creature umane?

Per me abortire non è una cosa giusta, perché è da mostri uccidere una creatura umana. La legge 194, accettata alcuni anni fa in Italia, ammette che una madre che vuole abortire lo può fare liberamente. Abortire vuol dire togliere la vita a delle creature umane. Tra la creatura che è ancora nel grembo della mamma ed il bimbo già nato e sviluppato non c’è nessuna differenza. Allora perché, le mamme, i bambini che non vogliono, non li uccidono grandi? Uccidere la creatura perché è ancora indifesa e non si può difendere.! In Italia, purtroppo ogni giorno avvengono circa 600 aborti. Non c’è nessuna scusa contro l’aborto: se uno non vuole figli non si sposa, percheé sposandosi e amandosi è inevitabile fare figli; se non può mantenerlo lo affida a qualcuno che non può averne; se vuole avere una vita comoda, come prima, non si sposa. C’è un medico, di Napoli, che ha guadagnato circa due miliardi con gli aborti: fra otto mesi si ritira. Lui Egli dice di chiedere meno degli altri. Fra una settimana si voterà per abolire o no l’aborto e io spero che verrà venga abolito. L’aborto continuerà ad essere praticato clandestinamente? Sarà Mma spero in somme cifre diminuite.

Bene

 

 

Sì, l’ho scritto io, di mio pugno. Le parti in neretto no, quelle sono correzioni della maestra. Perché eravamo a scuola, anche se è difficile crederlo. Quarta classe di una scuola elementare, Siracusa, Sicilia, Italia. La 194 era un’urgenza, è evidente. Anche per dei bambini di nove anni, come me.

La cosa divertente è che io di certi anni non ricordo molto. Anzi, a essere precisa non ricordo quasi nulla. Dei miei compagni delle elementari, di quelli delle medie. Poco di quelli del liceo, ho cancellato piano piano anche quelli dell’Università. Ho cambiato casa, lavoro, città, vita così tante volte che faccio fatica a rimetterle insieme. E a ricordare, anche. Scrivere un curriculum mi diventa impossibile. Non ricordo nulla. Non ho tracce di nulla. La tesi di laurea? Il cartaceo credo di averlo prestato, e per il dischetto, beh, c’erano i floppy. La tesi di dottorato? Mai stampata. E i file? Boh, persi in quale portatile oramai inespugnabile. Gli articoli che ho scritto? Nessuna copia. Così anche per le persone che ho incontrato, i luoghi che ho frequentato, i gusti che ho avuto. La maggior parte svaniscono in breve, sostituiti da altri, più recenti.

Giusto per fare un esempio, sono stata convinta per anni che il nome della mia maestra delle elementari fosse Giovanna, per poi scoprire che era Maria. La mia prima maestra, per la precisione, dei primi tre anni, fino alla terza elementare. Quelli che ho passato in Sardegna.

Degli altri due, quarta e quinta, non ricordo quasi niente. Di certo non il nome della maestra. Solo che era vecchia e magra, di quella magrezza rinsecchita di un certo tipo di fisico, che esaltava in maniera impietosa la giovinezza florida e sorridente della sua corrispondente sarda.

La maestra siciliana non era neanche particolarmente simpatica. Tabelline ed equivalenze a memoria, in piedi a lato del banco. Preghiera per tutta la classe, sempre in piedi, sempre a lato del banco, al trillo della prima e dell’ultima campanella. Tutta la classe tranne tre bambini, che comunque dalla sua prospettiva si dovevano vedere ben poco, visto che erano seduti all’ultimo banco. Un testimone di Geova, una Mormone e una Nonbattezzata, che messi così in fila potevano entrare in una di quelle barzellette così di moda in quegli anni, con un italiano un francese un tedesco e il fantasma Formaggino. Potevamo, perché la terza, la Nonbattezzata, ero io.

Non ricordo perché stavamo all’ultimo banco durante la preghiera, sospetto che stessimo all’ultimo banco sempre. Ricordo solo che tenevamo la testa bassa, e mentre le parole ci correvano attorno, cadenzate e sempre uguali, io ne analizzavo il significato. Liberaci dal mare, rimasticavo in silenzio. Certo, è corretto: senza il mare staremmo tutti più larghi. La parte del fantasma Formaggino, comprendo solo oggi a posteriori, era affidata al Padre nostro.

Ricordo poco, e male. Per questo le poche tracce che ho della mia vita sono importanti per me, e quando ho ritrovato il quaderno di Composizione della quinta elementare (copertina verde con Batman che colpisce tre ladri davanti a una banca pieno per metà, le pagine bianche in fondo ricoperte dagli scarabocchi dei miei fratelli) ero molto contenta. Certo, poi ho cominciato a leggere.

 

15 maggio 1981 

“La mia compagna preferita si chiama Pria Marilena. Ha compiuto otto anni il ventinove marzo 1980. È molto simpatica e un po’ chiaccherona. Ha molta fantasia. Quando può si scatena e sa correre fortissimo. Mi vuole molto bene.” 

 

Ecco, anche di questa compagna preferita non ricordo niente. Ho provato a fare una ricerca, ho googlato il suo nome. Forse ha un negozio di giocattoli a Siracusa. O forse è un’omonimia, chissà.

Del tema sull’aborto invece ricordavo tutto. La spiegazione della maestra, la sua faccia avvizzita dietro i grossi occhiali da vista bombati e scuri mentre parla. Noi bambini chini sui quaderni a scrivere. Mio padre, l’espressione scura quando controllando il quaderno dei compiti trova il prezioso componimento. I suoi passi sui gradini della scuola, il giorno dopo, quando mi accompagna per andare a fare due parole con la maestra. Non so bene cosa si dissero, non mi fu permesso di assistere alla conversazione. Di certo la maestra alla fine non mi sembrò molto contenta.

Quello che non ricordavo era la bruttezza del componimento, anche se mi rendo conto che dal punto di vista della narrazione è una testimonianza importante. Certo, forse niente di eccezionale in sé, se si considera il luogo e il tempo. Una scuola elementare in un prefabbricato imbottito di amianto che puzzava di roulotte, così piccolo da non riuscire a contenere tutti i bambini della periferia della provincia siciliana dei primi anni ottanta, e che quindi funzionava in doppi turni, un mese alla mattina e un mese al pomeriggio.

Dell’amianto l’ho scoperto da pochi anni, quando passando per caso per la via della mia vecchia scuola ho voltato la testa per rivedere mio padre salire quei gradini, e ho trovato solo un piazzale. L’hanno abbattuta, mi ha poi spiegato mia madre, pare fosse costruita con panelli di eternit.

 

image credit: Veronica Galletta


Quello che ho trovato stupefacente è l’indottrinamento, non solo ideologico, ma anche lessicale. L’uso metodico di frasi fatte, tipo creatura che porta in grembo. Anche se su queste cose è meglio non farsi troppe illusioni. – Come sta la creatura che porta in grembo? – , fu la prima domanda che mi fece il medico del lavoro alla visita di controllo per accertare la mia gravidanza, a a seguito di comunicazione da parte dell’ufficio alla ASL competente. Anno 2011, esattamente trent’anni dopo. Medico del lavoro, tenuto a controllare che il tecnico in stato interessante, cioè io, non andasse in giro per cantieri salendo su ponteggi o saltando sulle scogliere da un masso all’altro.

E poi la vita comoda, prima del matrimonio, che in ogni caso è l’unico luogo nel quale avvenivano le interruzioni (e dove se no?), chissà poi perché bisogna sposarsi allora, il medico di Napoli che si ritira (dove? a fare cosa?)

La sequela di dati, numeri e cifre sul finale, a colpire. I 600 aborti al giorno (ho controllato, dato quasi corretto, solo approssimato per eccesso 209.144 nel 1980), i due miliardi del dottore napoletano, gli otto mesi al suo ritiro, la cifra necessaria per l’interruzione, della quale non si dice niente, solo Egli dice di chiedere meno degli altri.

Le correzioni poi sono pure opere di genio, dove l’insegnante, non paga, interviene con un purtroppo di qua e un che non può averne di là, fino a dare il suo meglio nella parte finale, dove introduce senza vergogna avverbi che puzzano di mammana, e attribuisce a me bambina, con il punto interrogativo e un verbo essere al futuro, un cinismo da togliere il fiato. E il risultato finale, poi. Un Bene, a me che avevo sempre da Brava in su. Forse aveva il presentimento della visita di mio padre.

Quindi allora per me il primo dato, il primo “ho le prove” è questo: a un bambino si può far fare e scrivere quello che si vuole. Avevo una famiglia progressista; non facevo religione; ero stata cresciuta a Marcovaldo, Favole al telefono, le Fiabe Italiane, Richard Scarry e l’Isola del Tesoro. Mia madre, giusto qualche anno dopo avrebbe passato intere mattinate all’ospedale della città, come rappresentante del Tribunale dei diritti del malato, ad offrire assistenza alle donne che si presentavano per l’IVG senza nessuno che le accompagnasse. Eppure al momento opportuno ho assorbito e riversato su un foglio tutto il repertorio linguistico e argomentativo peggiore. Senza esclusione alcuna. È bastata la lezioncina di un giorno da parte di una donna dura e scostante come una prugna secca per produrre tale componimento.

Il secondo dato poi però è la mia vita adesso, e il secondo “ho le prove” allora è questo, questa mia riflessione su me bambina, per cui mi dico: ma sì, non serve preoccuparsi tanto degli indottrinamenti, poi alla fine, in fondo, le cose vanno come devono andare.

A parte la prosa orrenda, certo. Per espressioni come la creatura che porta in grembo non credo potrò mai perdonarmi.

 

image credit: Veronica Galletta

image credit: Veronica Galletta

 

 

 

Veronica Galletta è nata a Siracusa e vive a Livorno. Ha un dottorato in ingegneria idraulica e lavora per un Ente pubblico. Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e riviste on line (Colla, L’inquieto, Il Pickwick). Con il monologo “Sutta al giardino” ha vinto il concorso per autori di monologhi teatrali “Per voce sola” nel 2013. Sempre nel 2013 ha partecipato a Roland. Scritture emergenti.