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Dopo la settimana dei nonni, Franca Di Muzio ci trascina nel mondo dei coetanei. Siete pronti? No? Buon viaggio.

Secolo scorso, luglio inoltrato. Ancora fresca di laurea e abilitazione, imbevuta di sogni a occhi aperti sul tuo futuro professionale nonostante l’avvento dei cococo, sali a quattro a quattro le scale della tua ex scuola media, diretta in segreteria. Aspireresti a insegnare, sì, la tua materia, inglese, in un corso serale per adulti.
̶  Solo agli adulti, e come mai?  ̶  ti chiedono protocollando la tua domanda nel faldone targato CTP, Centro Territoriale Permanente.
̶  Perché non si mette in graduatoria anche per le supplenze alle medie e superiori? Eh, perché. Con gli adolescenti non hai molta pazienza: ripetere in Italia l’esperienza già fatta all’estero, ritrovandoti a domare classi di venticinque-trenta ragazzi con gli ormoni a palla: no, grazie. E poi tu con gli allievi vuoi uno scambio alla pari, perciò.
La segretaria scuote la testa:
̶  Non si faccia troppe illusioni… spesso i cosiddetti adulti sono peggio dei ragazzi. Comunque, se esce qualcosa per lei ci faremo sentire entro settembre. Primi di ottobre, al massimo.

A novembre inoltrato ti richiamano:
̶  Vorremmo attivare un corso base di inglese da inizio dicembre a fine maggio, sei ore a settimana: è ancora disponibile?
Firmi il primo cococo della tua vita: peccato non ci siano i contributi, cioè, ci sono ma ridotti all’osso; in compenso, sei una lavoratrice praticamente Autonoma!, con un Progetto e degli Obiettivi! Nel tuo caso, didattici.

Armata di kilt scozzese e anfibi neri da Young English Professor d’assalto, ti fiondi all’incontro preliminare con gli allievi. Arzilli pensionati, disoccupati scoraggiati, impiegati statali con tanta voglia di crescere, tutti adulti in stato avanzato, a parte una: sarà più o meno tua coetanea, coda di cavallo mezza sfatta su faccia olivastra, occhi smorti in contrasto con sorriso monnalisesco incollato su una bocca piena e larga, jeans sdruciti, Allstar sporche. Quell’aria di periferia stantia l’hai già sentita e sofferta alle medie, tra banchi e compiti in classe, in cortile a ricreazione, in palestra durante interminabili allenamenti di pallavolo. Ma adesso sei un’insegnante, il bullismo adolescenziale ormai è tra le things of the past.

***

Scorrono facili le prime lezioni. Il programma è semplice, gli studenti volenterosi. Dalla precedente esperienza di domatrice di ormoni all’estero, nonché dalla visione plurima delle performance didattiche di Robin Williams nel film “L’attimo fuggente”, hai imparato che il docente perfetto è come il capitano di una nave: occhi e orecchie tesi al minimo soffio di vento e increspatura d’onda, capace di fronteggiare allo stesso modo tempeste e bonacce, tenendo la sua ciurma sempre sulla corda, senza mai allentare la tensione e far cadere l’attenzione… Capitano, mio capitano!

E allora, non dico saltare a piè pari sulla cattedra declamando versi, ma almeno intervallare le spiegazioni alla lavagna con esercizi di role-play che coinvolgano l’intera classe, a coppie e a gruppi; rompere la prevedibilità del libro di testo inserendo varianti personalizzate, inventate da te; immedesimarti nelle difficoltà tipiche del principiante alle prese con il First Level English, fare battute solidali sulle interferenze linguistiche… ridono, capiscono e imparano tutti o quasi, insomma te la cavi alla grande. Così pare.

La coetanea invece non ride mai. Inchiodata all’ultimo banco, fa gli esercizi di malavoglia e li sbaglia, infarcendoli di errori grossolani che denotano un totale disinteresse al contenuto delle tue dettagliate, sudate, recitate spiegazioni. Eppure, a seguirti ti segue: non fa altro che guardarti, puntando di volta in volta il tuo kilt, i tuoi anfibi, i tuoi libri, e sempre con quel sorriso del cavolo stampato in faccia. Le poche volte che si distrae, è per scarabocchiare sul suo quadernone a righe una fitta serie di ghirigori e disegnini tra l’infantile e l’astratto.

̶  Doodles, si chiamano doodles; si pronuncia come Google, sì  ̶  chiosi dopo averli sbirciati, suscitando sorrisi e accessi di appunti tra i suoi compagni di banco. Lei, però, continua a non sorridere. Evvabbè, non si può piacere a tutti! A tutti i capitani prima o poi succede di non entrare in empatia, in sintonia, di non trovare la giusta lunghezza d’onda con una particolare persona. O forse è l’inglese, che non le piace, che non ti piace; ma allora perché ti sei iscritta, o coetanea, ché c’erano tanti altri bei corsi qui al CTP: francese, tedesco, spagnolo, cinese perfino!, disegno e pittura, computer, contabilità, marketing… com’è che il tuo tempo hai deciso di perderlo qui, con me?

Tra units e doodles, role-plays e listening comprehensions arriva Natale. Ovviamente ai tuoi studenti farà piacere affrontarlo accessoriati di qualche Christmas Song in lingua originale. L’ultimo giorno di lezione prima delle vacanze, porti con te in classe il registratore e trascorrete le due ore seguenti cantando tra errori di pronuncia, briciole di biscotti allo zenzero e friccichi di gingerino. Dato che vi rivedrete dopo due settimane e non vuoi che l’inglese gli si appanni nel frattempo, assegni una dose ragionevole di homework, aggiungendo in calce sulla lavagna il tuo indirizzo e numero di telefono: così, nel caso qualcuno di loro avesse dubbi o, semplicemente, voglia di restare in touch. Sei moderatamente euforica: il programma procede, gli allievi imparano divertendosi (tranne una), il cococo ti ha fruttato un primo stipendio, pardon, compenso; puoi goderti le feste in santa pace.

***

Sei lì che dai gli ultimi ritocchi al presepe, quando squilla il telefono. Pronto. Dall’altra parte qualcuno respira, muto. Pronto?? Altri respiri muti. Mah. Riattacchi e torni ad appendere l’angelo sulla capanna. Altro squillo, stavolta animato da una vocina compiaciuta: trooo-iaaaaaaa. Mah, l’ennesimo deficiente che non ha niente di meglio da fare che aprire l’elenco telefonico a caso e sparare parolacce.

L’antivigilia di Natale squilla il citofono, Postaaa! Corri di sotto, tutta giuliva: che bello ricevere gli auguri di amici lontani, specie di quelli che hai conosciuto all’estero durante il tuo semestre di docente in erba. Belle persone, che non si rassegnano a mandarti sterili email, ma scelgono colorate buste da lettera e cartoncini infarciti di porporine appiccicose, stucchevoli babbinatali, sognanti paesaggi innevati per ricordarti che di te hanno un buon ricordo. Eccone un altro infatti, transita leggero nelle tue mani; stavolta, però, niente Season’s Greetings: il francobollo è palesemente italiano, di quelli iper-illustrati e celebrativi, con il timbro della città di partenza sbavato d’inchiostro. Manca il mittente. Laceri la busta e tiri fuori un foglio protocollo a righe piegato in due. Dentro c’è il tuo augurio, disegnato a penna con dovizia di particolari e ombreggiature accurate: un bel teschio grande con le tibie, aureolato da sei sogghignanti croci nere, tre per lato.

Getti immediatamente il foglio per terra, se ti avessero tirato un cazzotto sul naso non avresti sentito così male. Chi ha potuto mandarti una cosa del genere, chi? E perché? Chi può odiarti tanto? Più te lo chiedi, più ti salgono le lacrime agli occhi. E sotto Natale, poi… ‘sta persona proprio non ti può vedere, eh. Fanculo, fanculo, fanculo a te, chiunque tu sia. Meglio cercare di dimenticarsene in fretta e gettarla via, questa merda. Col corpo teso e gli occhi socchiusi ti chini a raccogliere il protocollo con due dita, manco fosse un topo morto; corri verso il secchio dell’immondizia, stai per buttarcelo dentro… Ma anche no: sarà pure soltanto uno scherzo di pessimo gusto, però…

Sai quante ne avrà viste, il carabiniere dell’Ufficio Denunce, figurati se si fa impressionare. Anzi, sta’ a vedere che si mette a ridere e ti rimanda dritta a casa, ché loro mica possono perdere tempo con queste cazzate da scuola media, sai. Apre la busta, storce la bocca e ti guarda.
̶  Ma lei è proprio sicura di non avere idea di chi possa averle mandato questo?  ̶  No, gliel’hai detto, proprio no.
̶  Ha litigato con qualcuno, ultimamente? Un fidanzato, un amico, un conoscente…  ̶  Litigare, tu? Tu cerchi sempre di andare d’accordo con tutti, fai l’impossibile per evitare i conflitti, cuor di leone che non sei altro.
̶  Ha mica conosciuto delle persone nuove, di recente?  ̶  Ma n-no, macché.
̶  Ha iniziato qualche attività nuova? Qualcosa che non ha mai fatto prima?  ̶  Noooo.
̶  Sicura? Ci pensi con calma, ci pensi bene.  ̶  Oddio. Veramente, da un mesetto avresti cominciato a insegnare. Non una supplenza vera e propria, un cococo.
̶  Ah.
̶  Ehm, in effetti sì, ma…
̶  E dove? A chi?
̶  Ma… ma sono adulti!
̶  Appunto. Pensi bene al loro atteggiamento nei suoi confronti e mi dica se, tra loro, potrebbe esserci qualcuno capace di mandarle questo.  ̶  ti inchioda lui, rimettendoti il protocollo sotto il naso.

Come hai fatto a non pensarci prima! Ma certo, ma è chiaro! L’unica che può averti fatto una cosa del genere è lei, la coetanea. Lo senti, lo sai. Lo sai, ma non hai le prove. Così impari, cretina, a dare il tuo indirizzo e numero di telefono in pasto agli estranei, agli adulti, ha! Erano meglio gli adolescenti con gli ormoni a palla.
̶  Facciamo così: lei stia molto attenta al suo ritorno in classe, tenga d’occhio questa persona; se poi dovesse notare qualcosa di strano, ci richiami.

Trascorri il resto delle vacanze covando poco natalizi propositi di vendetta, uscite plateali, trucchetti tipo compiti in classe scritti senza preavviso, così poi puoi farci fare una bella perizia calligrafica, e confrontare la scrittura della stronza con il suo bel disegnino di merda: lo hai conservato, chiuso in fondo all’ultimo dei cassetti, da dove la sua puzza di odio emana ancora, forte e chiara.

Rientri in classe col cuore incrinato, camuffato dal solito atteggiamento e abbigliamento cool. Dopo tanto rimuginare hai deciso di lasciar perdere, di fare come se nulla fosse: l’indifferenza, si sa, in certi casi è la migliore risposta. La coetanea sorride monnalisesca come sempre, ma adesso ti pare di coglierle una scintilla negli occhi, un che di beffardo che non aveva prima. Di lezione in lezione arranchi verso maggio, appigliandoti al feedback degli allievi più simpatici ed estroversi, e finalmente, dopo avergli somministrato un esamino scritto e orale: “Sono solo un proforma questi esami, si sa!” li rassicuri, e incassata l’ultima tranche del tuo cococompenso, puoi metterci una bella pietra sopra, alle docenze e alle stronze di periferia. Tante belle cose e a mai più rivederci, bye-bye!

***

Secolo nuovo, febbraio inoltrato. I cococo son diventati cocopro, poi li hanno aboliti evviva!, anzi, forse no: con questo Jobs Act, non si capisce mica tanto. La “Buona Scuola” richiede docenti dotati di positive attitude and multiple skills con un nuovo concorso abilitante, ma tu l’insegnamento nel frattempo lo hai abbandonato. Ti sei messa in testa di fare quello che ti piace davvero, scrivere, e di camparci anche. A volte ti va bene a volte meno, e infatti ti ritrovi a tentare un concorso di tutt’altro genere: amministrativo, apparentemente innocuo e sicuramente già assegnato: due posti da impiegato in un comune sperduto.

La fase di preselezione si tiene in una scuola media del suddetto comune: nerastri banchi rigati, odore svaporato di ormoni adolescenziali, tutti uguali questi edifici da periferia stantia e questi volti da concorsisti all’ultima spiaggia. Sciamano i ritardatari, conquistando le postazioni in fondo all’aula. Ecco l’ultima: chissà che cavolo avrà da sorridere con quei jeans strappati, le tennis sporche e la coda di cavallo mezza sfatta. Ha una faccia vagamente familiare, ma guardala!, avrà la mia età e ancora va in giro così, pensi, mentre rimpiangi di non aver indossato il kilt scozzese e gli anfibi neri: quando li metti, qualcuno ti prende ancora per ragazza. Invece no, per il concorso hai preferito essere formale, e adesso con le tue stringate bicolori e gli occhiali Prada passi per “signora”, almeno così ti chiama il presidente della commissione d’esame quando ti offri volontaria per andare in cattedra a scegliere e firmare, tra le buste dei test, quella che vi farà sudare per un’ora: il gusto di stare in primo piano, di attirare l’attenzione su di te, anche se per poco, quello no, non ti è passato.

Sessanta quesiti a risposta multipla dopo, scendi in cortile. Vociando e gesticolando peggio di scolari a ricreazione, i concorsisti discettano sul livello di difficoltà dei test e l’imparzialità della commissione: “Tanto, si sa, questo è un esame solo proforma!” blaterano unanimi. In mezzo a un gruppetto spicca lei, la coetanea, tale e quale a vent’anni prima. Ha visto che l’hai vista, ah bene!, fanculo l’indifferenza e l’atteggiamento cool: andrai a salutarla, e col tuo miglior sorriso le chiederai se sa fare ancora quei bei disegnini, quegli orrendi doodles che Google non proporrebbe neanche ad Halloween, ma come, non ti ricordi?, il teschio con le tibie e le croci, Eh sì, Chi si rivede, Chi l’avrebbe mai detto, A volte ritornano. Dieci passi e puoi raggiungerla, ma una voce alle tue spalle ti chiama:
̶  Signora, signoraaaa, per cortesia!, dovrebbe salire un momento di sopra dalla commissione per controfirmare i sigilli delle prove d’esame!

Quando finalmente torni giù, puf, lei se n’è bella e che andata, quell’incontro dal regno dei morti è come se non ci fosse mai stato, e i tuoi ricordi, i tuoi risorti rancori, anche quelli dovrai lasciarli andar via.


Franca Di Muzio è una lettrice onnivora, una copywriter impenitente, l’autrice del memoir Lo scopriremo solo scrivendo (Panda Edizioni, già segnalato al Premio Calvino) e di racconti apparsi su antologie (Premio Teramo, Fernandel, Perrone, Galaad) e riviste (Sagarana, Doppiozero, Abbiamo le Prove, Chicago Quarterly Review). Impegnata a condensare le sue scritture in un sito decente, nell’attesa twitta su @copydimare e, di tanto in tanto, torna sul suo antico blog.