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Venticinque agosto

Photo Credit: Jordi Payà Canals via Compfight cc

 

Il tracciato cardiotocografico ha il suono di un bollettino di guerra. Pare che serva a rilevare l’attività cardiaca fetale e la contrazione uterina mediante trasduttori. Il tracciato cardiotocografico fa un casino della madonna, e questa è una cosa che sto imparando oggi.

La mia vicina di letto è girata su un fianco. Rantola come il motore della mia veccha cinquecento bianca, come il tracciato, che viene trasmesso dalle cinghie che le hanno legato in vita. Credo stia aspettando di partorire da qualche ora. Non so quante, perché con me non parla.

Anzi, una parola me l’ha detta.

– Ciao – , ho esordito io.

– …

– Di quanti mesi sei?

– Otto.

Fine delle trasmissioni.

Un bollettino di guerra.

 

La vicina non parla con me perché io sono qui per un aborto. “L’interruzione”, lo chiamano le infermiere sensibili. Aspetto da circa quattro ore in un letto recuperato dallo sgabuzzino, senza cuscino, di traverso in una camera singola diventata tripla. Pochi minuti fa hanno portato una signora di cinquant’anni, anche lei qui per “interrompere”. Prima di accettarmi in reparto, il medico ha detto che mi avrebbero inserito un ovulo per allargare il collo dell’utero e poi avrebbero proceduto con l’operazione di raschiamento. Sembrava una cosa semplice, lineare: un lavoretto pulito. Ho salutato come se andassi un attimo di là. Appena entrata in stanza un’infermiera mi ha fatto spogliare senza chiudere la porta, e prima di andarsene ha aspettato che allacciassi la vestaglietta trasparente e infilassi la cuffietta verde acqua. – Adesso ti vengono a prendere – , mi ha detto. La vicina guardava la finestra, io morivo di freddo. Mi sono infilata sotto il lenzuolo, poi alla quarta infermiera che tirava dritta mi sono rialzata, sempre con la vestaglietta trasparente, per chiedere una coperta. Dopo un’ora è tornata l’infermiera di prima, con una coperta marrone color seconda guerra mondiale.

– Ti puoi rimettere il pigiama, hanno detto che per ora non ti operano.

– Posso vedere qualcuno? Fuori ci sono delle persone per me.

– Non può entrare nessuno.

 

Altre due ore e mezza, sono sempre qui.

 

Ogni tanto passa un’infermiera con la divisa diversa e accarezza i capelli di OttoMesi. – Dai che ci siamo quasi – . Il tracciato sparato nelle orecchie non mi permette di sentire altro. Lei però soffre. Ci sono quasi. Vorrei accarezzarle i capelli anch’io, chiedere scusa a lei e ai suoi vent’anni e a suo marito che non fanno entrare e al suo corredo impeccabile da ospedale che mi fa vergognare della mia camicia da notte dell’Upim, comprata in fretta da mia suocera mentre io mi raggrinzivo nella vestaglietta verde acqua pensando adesso mi vengono a prendere. Vorrei chiederle scusa perché porto dentro un morto proprio nel momento in cui lei taglia il traguardo. Vorrei scomparire, solo per lei, per vederla sorridere.

– Ci manca un valore, dobbiamo rifare due prelievi.
– Potete dire qualcosa ai miei familiari?
– Ora vediamo.

 

Un’altra ora e mezza.

 

È sera.

 

È notte.

 

Arriva un medico e si siede sul bordo del letto di OttoMesi. Le sfiora la guancia. – Vogliamo farlo uscire questo bambino, o no?

 

La cinquantenne non ha mai smesso di parlare da quando è arrivata. Parla con me, con OttoMesi, con le infermiere, con il telefono. Parla con la figlia adolescente che domani vuole invitare le amiche a cena, dice che non c’è problema, che non vorrebbe rovinarle la serata.

 

Stiamo tutte chiedendo scusa per qualcosa, e non è così che una se lo immagina.

 

Verso le undici, mezzanotte, ti aspirano dal mio utero. Perdo troppo sangue, l’antiemorragico funziona. L’anestesia mi lascia totalmente indifferente. Non c’è il comodino, ma scopro una borsina di tela incastrata tra la coperta e il mio braccio. Tiro fuori un pacchetto di cracker e una settimana enigmistica iniziata. Sulle parole crociate facili, quelle nella pagina dei bambini, c’è un messaggio cifrato di tuo padre.

Piangere è impossibile, nelle stanze di ospedale. E anche questa è una cosa che imparo oggi.

 

 

Cinque mesi dopo 

Dicono che niente superi l’amore di una madre. Me l’hanno ripetuto in tanti, durante e dopo. Io annuivo un po’ imbambolata pensando sì, dev’essere senz’altro così. Intanto mi lasciavo intimorire da avvertimenti di ogni tipo, vivendo tutto come un unico blocco di senso di colpa: non camminare, non andare in macchina, stai a letto, non fare sesso, non prendere il sole, non fare il bagno se l’acqua è troppo fredda, non percorrere strade dissestate, non mangiare troppo ma neanche troppo poco, non cucinare, non ti impressionare se vedi sangue tutti i giorni, capita, tu però stai a riposo, capita, ma stai a riposo. Sanguini anche oggi? Mannaggia, è che ti muovi troppo, devi stare ferma.

Due mesi fa ho fatto un’isteroscopia, una perlustrazione dell’utero con tanto di casco da speleologo. La dottoressa, scioccata, mentre io mezza sedata mi godevo una certo stato di ebbrezza, mi ha chiesto se nessuno mi aveva mai detto che avevo un setto.

– No, cos’è?

Rumore di ferri.

– Una malformazione dell’utero che può causare molti problemi in un’eventuale gravidanza.

– Peggiora se una si muove troppo?

– No.

– E se fa il bagno nell’acqua fredda?

– No.

Stringo il tubicino della flebo e mi tiro un po’ su. Un’infermiera mi accarezza i capelli da sopra la cuffietta.

– E se va in macchina e prende le buche? E se fa le scale? E se solleva la borsa? E se nella borsa c’è un quaderno in più? E se le scappa un passo saltellato mentre cammina? Se l’ascensore si ferma un po’ troppo bruscamente? Pensiamoci dottoressa, lei non capisce, altro che setto, l’ho ucciso io, l’ho ucciso io che ho spostato quello scatolone del trasloco, l’ho ucciso io che non me ne stavo immobile a guardare il sangue, io che credevo nel destino e nel buon senso e invece dovevo stare a letto e basta, stare a letto immobile dovevo, al posto mio dovevo stare. Pensiamoci dottoressa, lei ci pensa mai?

La testa della dottoressa riemerge un secondo, il faro da speleologo mi punta dritto in faccia.

– Raddoppiamo l’anestesia, per favore.

 

 

Ci ricordavano sempre, a me e a tuo padre, che tenere in vita il feto era la cosa più importante. E infatti anche a te non è andata meglio. Ti hanno stordito di capsule, ovuli, incoraggiamenti e pilloline. Spilli per tenerti su mentre minacciavi di scivolare via. Quando avevi appena un mese un medico pelato ci ha fatto sentire il battito del tuo cuore. Per una frazione di secondo è rimbombato a volume altissimo in quella stanza senza sedie. Adesso so che era sbagliato anche quello.

Dicono che niente superi l’amore di una madre. Balle. Io supero l’amore di una madre. Anche tu superavi l’amore di una madre. Io e te insieme poi, caro piccirillo, eravamo parecchio più grandi dell’amore di una madre. Lo so che non sei stato stupido come me, non ci hai creduto tu a quelle bocche impure che senza parlare ci dicevano che era colpa nostra, e hai fatto bene.

Oggi è un giorno importante. Per la prima volta in otto mesi, ho fatto un percorso in macchina senza contare le buche. Inoltre, nessuna donna incinta è sbucata dietro l’angolo, o in libreria, oppure al supermercato. Oggi non ti ho pensato mai. Solo adesso, mentre addento una mela sporca, vorrei dirti che vederti andar via è stata una liberazione, che io ho capito, e che siamo stati sfortunati. Quando sei pronto, sono pronta anch’io.

 

 

Chiara Baffa traduce libri di narrativa e saggistica. Ha lavorato per anni nel mondo musicale indipendente, fondando una sua agenzia di promozione e concerti, Organetta. Per minimum fax ha curato Cosa volete sentire. Compilation di racconti di cantautori italiani.