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Dai 19 anni in poi

Photo Credit: ccontill via Compfight cc

  Bentornati a Import/Export, dove traduciamo le migliori storie personali apparse su giornali, riviste e portali stranieri. 

 

1 . Durante gli anni del college ho coltivato una tristezza sinuosa, banale e che non distinguevo dalla noia, e questo mi ha riempito di vergogna. Quasi tutta la mia vita interiore era sintetizzabile in un processo interminabile di scuse verso me stessa. A volte riconoscevo la stessa tendenza in sconosciuti, e con loro mi aprivo del tutto, o non mi aprivo affatto.

2. Una volta un uomo che amavo alla follia mi ha detto che anche lui mi amava, ma che questo non significava che avesse bisogno di vedermi tutto il tempo.

3. Ho baciato un ragazzo con gli occhi verdi e una specie di broncio piagnucoloso, a cui non riuscivo a resistere. Anche lui era attratto da me, ma non mi avrebbe mai presa sul serio. Immersi nell’oscurità sudaticcia del suo appartamento, abbiamo parlato di Europa e di Jung e anche nel buio più completo lui era capace di aprire crepe nella nostra intimità. C’era qualcosa di anonimo nel modo in cui ci toccavamo, le nostre forme, indistinguibili al buio, si univano, ma poi si allontanavano. Dopo, per giorni, ho ripensato al modo in cui la sua bocca mi aveva sussurrato la frase Non sto andando da nessuna parte e mi sono chiesta se lo pensasse davvero, o se a quel punto si fosse già stancato di me.

4. Come giovane ragazza con ambizioni letterarie e una innata predisposizione a pensare troppo, mi sono persa in interminabili analisi delle mie dinamiche interiori. Il risultato: ho esagerato con l’alcol, ho letto Infinite Jest e mi sono abbastanza pianta addosso.

5. Ho partecipato a lezioni tenute da professori piuttosto famosi, che di prima mattina parlavano a una marea di facce assonnate con voce studiatamente bassa. Sono stata a lezioni in cui ero l’unica disposta a discutere dell’interpretazione queer di Moby Dick. Ho avuto come insegnate un uomo che, alle nove del mattino, beveva acqua minerale con ghiaccio in un bicchiere da cocktail e se ne andava in giro nel dipartimento di lettere dell’università di New York indossando un fedora. Qualsiasi cosa scrivessi, il mio voto era sempre B+. Una volta ho preso un appuntamento con lui per dirgli che non mi sembrava proprio normale.

6. Nel bel mezzo del mio primo anno di università, immersa in una specie di stordimento, mi sono ritrovata a fare lunghe passeggiate, e le palpitazioni mi facevano sentire sull’orlo di un crollo nervoso. Ho ascoltato “Karen” dei National all’infinito, l’unica canzone capace di catturare la strana disconnessione tra cuore, testa e mani che il mio corpo stava subendo. Una volta ho mandato un messaggio a mia madre per chiederle se fosse possibile morire di overdose da anfetamine. Venti minuti dopo mi ha risposto: “Non proprio”.

7. Le difficoltà della mia relazione con Casey confondevano noi due, ma queste avevano finito per annoiare tutti i miei amici, che ne erano stremati. I segnali che la fine stesse arrivando erano non solo continui, ma anche sfacciatamente evidenti. Una volta stavamo parlando seduti sul pavimento della sua doccia e lui mi ha detto, – non so come interagire con te fuori da qua – . La sera si disperdeva e ci invitava a fare lo stesso. Quando abbiamo chiuso una volta per tutte, io gli ho detto, – lasciarti è difficile, ma è più facile che amarti – . Lui ha risposto, – ok, così fa proprio schifo.

8. Ci siamo incontrati per pranzo nella fredda luce della caffetteria dello studentato. Mi ha detto che con quelle scarpe sembravo una prostituta olandese e che aveva iniziato a uscire con una ragazza “sessualmente analfabeta”. La sensazione era che l’interesse di Casey nei confronti della ragazza dipendesse dall’interesse che lei provava per lui, e dal fatto che lei fosse una straordinaria bellezza. Lo speravo. Mi sono limitata a giocare con il cibo – tiepido, grigio e insipido – che avevo messo insieme presa dal nervosismo. Ho detto cose stupide, ho detto cose sbagliate e l’ho deliberatamente guardato negli occhi. Quando ci siamo salutati, mi ha abbracciato a lungo e ha sussurrato, non facciamolo mai più.

9. Pensare mi ha messo nei guai. Agire mi ha messo nei guai. Ma soprattutto, sentire mi ha messo nei guai più di qualsiasi altra cosa.

10 Ho vissuto, fin’ora, cinque anni a New York e quasi mai questa città – proprio come prescrive la sua mitologia – dà prova di uno qualunque dei suoi miti. Devi soffrire, in eguale e o maggiore proporzione, di infinite variazioni di disperazione e angoscia al fine di raggiungere una qualche elevazione. Gli estremi, però, non si manifestano neanche e il senso di ordinarietà e di frustrazione si fa ogni giorno più forte. Ho provato a correggere questa caratteristica della vita quotidiana ubriacandomi e contattando i miei ex. Volevo che le persone lasciassero un segno su di me. Più cresco, più rispondo a questi miei impulsi dicendomi “Basta. Fai il giro dell’isolato. Vai a dormire”.

11. Incapace di distinguere le buone influenze dalle cattive, ho giudicato le persone in base alla loro capacità di suscitarmi reazioni. Tutti i tizi con cui sono uscita avevano qualcosa di crudele e la straordinaria capacità di indebolire la mia già fragile autostima. Nessuno di questi uomini mi è mai sembrato più felice degli altri, ma sono abbastanza certa che almeno un paio diventeranno famosi.

12. Il senso di colpa che si è instillato in me ha preso poi le più diverse forme. Ho perso traccia dei danni che mi sono autoinflitta, ho scritto senza sosta, e più che altro ho scritto male. La metamorfosi di Kafka mi fatto vedere come potessero coesistere una scrittura perfetta e la possibilità di una redenzione e, dal momento che ero incapace di perseguire entrambe, il mio senso di inadeguatezza è cresciuto. La colpa stava nella carne e fermentava nel grasso attorno alle ossa. Il mio corpo era la casa di un sottile e innaturale disastro di cui portavo addosso le tracce, e il fatto che gli altri mi trovassero carina, per questo, continuava a meravigliarmi. 

13. I confini più insignificanti sono gli scenari più adatti a una rovina. Una volta io e Kerrie abbiamo flirtato senza ritegno con il gruppo spalla a un concerto di Yoni Wolf e poi ci siamo ri-raccontate questa storia, fingendo che non ci fossimo umiliate. Ci sono cose che abbiamo fatto, credo, solo perché non avevamo nient’altro da fare. Per un periodo, mi sono svegliata in casa di un famoso regista a Brooklyn, con un corredo di spasmi e confusione e nausea. In tutti i miei tentativi di creare intimità con qualcuno si insinuava un vago senso di disconnessione e la sensazione che condividevamo di appartenere a qualcosa di comune si è fatta nel tempo più forte, per poi è svanire nel niente. Il mondo era chiassoso e il mondo era effimero, noi vi confondevamo le cose.

14. Ho sviluppato abitudini insopportabili. Ho ordinato cappuccini e cocktail in un caffè mentre provavo a scrivere qualcosa – fallendo. Mi sono ubriacata e scritto versi da “Il canto dell’amore di Alfred J. Prufrock” sui muri dei bagni di quegli squallidi bar che frequentavo. Ho imparato a conoscere cosa sono l’insonnia e i postumi. Ho adottato uno stile di vita che stava da qualche parte tra la nevrosi e il nichilismo, e che si è dimostrato insostenibile.

15 Il mio interesse nel moralizzare gli altri scompare ogni volta che non sono in grado giustificare i miei impulsi, per contesto o logica. Quello che so di me sembra derivare, mi pare, in gran parte dai test di Myers Briggs e dagli episodi di Mad Men, cose che, comunque sia, in entrambi i casi si sono rivelate importanti e affidabili risorse.

16. Stremata da Manhattan, ho preso l’ingenua decisione di muovermi verso North Williamsburg, un posto che si è rivelato non essere ancora abbastanza lontano.

17. A Williamsburg tutti si osservano. Questa azione – di guardare e essere guardati – diventa anche più forte dello stesso senso di esistenza nel mondo. Il quartiere e i suoi occhi scalpitano per avere uno spettacolo, e anche nelle zone più periferiche, tutto quello a cui riuscivi a pensare era il tuo aspetto. Durante un appuntamento ho scherzato sul fatto che la mia frangetta ormai facesse parte di me al punto che senza frangetta certe persone non mi avrebbero riconosciuto, o almeno così dicevano. Lui mi ha chiesto, – a parte questo che problemi hai?

18. Su Bedford Avenue ho incontrato per caso un uomo con cui ero uscita anni prima, e mi sono scoperta contenta di come il suo film avesse ricevuto pessime recensioni. Era pallido, esausto, e sporco, ma il suo nuovo lavoro a Vice andava a gonfie vele. In un piano bar di Greenpoint abbiamo cercato di riallacciare i rapporti, a fatica e senza impegnarci. Ricordavo di lui più di quanto ricordasse di me e ho provato a usare questa cosa per annullare tutte le abitudini che lo irritavano e per adottarne di migliori. Trovavo affascinante come sfruttare le mie nevrosi finisse per annullarle. Più tardi, la stessa sera, in un momento di intimità, ho confuso James Blake con James Blunt e là credo di aver capito perché mi avesse mollata.

19. Sono stata a feste a Bushwick in cui le persone parlavano di Kubrick e Heidegger con nonchalance ma in modo quasi maniacale. Sui tetti e sulle scale antincendio i ragazzi si confessavano l’un l’altro segreti e se ne andavano a casa insieme. C’erano fogli battuti a macchina, sceneggiature amatoriali, che volavano via nel vento, dalle scrivanie di legno. Il mio gioco preferito a queste feste era affibbiare a ciascuno il suo profilo Myers Briggs. Indovinavo quasi sempre, ma mi impegnavo a non finite in nessuna di quelle categorie.

20. Dopo una notte di bevute al Night of Joy ho mandato un messaggio a Luke: “sto prendendo decisioni sbagliate per tutti”. “Raccontami queste decisioni sbagliate”, è stata la sua risposta.

21. Sono diventata amica di ragazze intelligenti e belle, e tutte – senza eccezioni – credevano che fosse necessario dover dimostrare ancora qualcosa. Una oscillava tra mantenere una media perfetta e fumare spinelli fuori dalle finestre del dormitorio, nel tentativo impacciato di liberarsi dai cliché. Una perdeva il suo tempo nel cercare modi, via via più complessi, per mascherare i suoi problemi di alimentazione. Una mi ha urlato, parlando di una brutta rottura, sono così intelligente, Laura, non hai idea quanto sia intelligente.

22.   Tra il 2008 e il 2013 la mia storica paura della solitudine si è trasformata in una totale dipendenza dalla stessa solitudine, tanto da poter vivere per giorni e giorni sola con i miei pensieri. La scelta di vivere a New York era diventata inopportuna, dato il mio bisogno di silenzio, e derivava solo dalla mia attrazione per questa città. Ho provato a lasciare New York una volta, ma non ha funzionato.

23. Con gli anni, è arrivata anche la necessità di crescere e di provare a mettere radici. Ho visto una delle mie migliori amiche innamorarsi e iniziare una storia con un tizio che una volta avevo definito, senza tante cerimonie, una testa di cazzo. Per qualche ragione, questo mi è sembrato preannunciare l’età adulta.

24. Una volta desideravo con eguale ardore, elevazione e strazio. Poi a questo si è sostituito un il bisogno di solidità e concretezza. Provo grande soddisfazione, a questo proposito, nel rifare il letto. Prima, quando mi sentivo sfrontata o indulgente, fissavo a lungo negli occhi sconosciuti per strada. Adesso invece leggo George Saunders e coltivo una sana paura nel futuro.

25. I luoghi una volta familiari e che – per una serie di coincidenze – smettono di essere tali producono uno strano senso di sconforto. Qualcosa di simile spiega perché ho perso i contatti con quasi tutte le persone che conoscevo al college. Non mi sono fatta venire il sangue amaro per loro, eppure è proprio il sangue a tornarmi in mente. Non riesco a quantificare quanto di me abbia sprecato senza alcun motivo, quando non avevo idea di che persona fossi.

26.  Adesso, a volte, provo il desidero di una relazione, ma senza la scocciatura di dedicarmici o di parteciparvi.

27.  Mi sono trasferita in una camera senza finestre a Greenpoint, cosa che, alla luce della mia personale paura dei confini tra esterno e interno, è piuttosto significativo. A Marzo ho camminato senza meta in mezzo a una tempesta di neve e i fiocchi volavano verso il sole. L’aria è diventata silenziosa per un secondo, il vento si è alzato, e ho sentito un flebile lamento nelle mie orecchie. Poi è arrivato l’uragano.

 

 

 

Laura Hooberman vive a Greenpoint. 

La storia che avete appena letto è stata pubblicata su This Recording con il titolo “19 to Present“. Noi la ripubblichiamo qui con il gentile consenso dell’autrice.  

Sara Marzullo (traduzione italiana) vive e studia a Bologna, dove ha cambiato tre case in quattro anni. Scrive di musica su Indieforbunnies, di città e romanzo su Nuovi Argomenti e passa il resto del tempo a decidere la disposizione dei libri sulle mensole. La potete trovare anche su Twitter